12/07/2011

20. Cecità




Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.

11/20/2011

19. This must be the place

Il problema è che passiamo troppo velocemente dall'età in cui diciamo "farò così" a quello in cui diremo "è andata così"

C'è lui, non più giovane, senza figli, che non ha bisogno di lavorare, che si mette il rossetto e che gli dura tutto il giorno in barba a tutte la donzelle presenti nell'ascensore e che si scambiano consigli sul make up e sulla sua migliore resa nel tempo.
C'è la moglie che lo ama e che lo cura come se fosse un bimbo da proteggere a cui stare dietro, che lavora e che si accende la sigaretta dopo un cunnilingus davvero perfetto.
E poi ci sono uomini vendicativi, donne sole, bimbi idrofobici, inetti giocatori di pingpong, nazisti dagli occhi chiari, ebrei senza più denti d'oro ed ebrei con i denti finti perchè troppo perfetti. E sono tutti tristi.
Hanno tutti gli occhi velati, che vanno verso il basso, hanno tutti un passo lento e dondolante, i capelli senza piega, hanno tutti un pensiero pesante dentro la testa, dentro il cuore e dentro gli occhi.

E sarà che in questo film orizzontale, dove il cielo è sempre azzurro, le nuvole piccole e bianche, e c'è il pistacchio il più grande del mondo, ma non quello più piccolo, a me è piaciuta una scena in particolare.
Quella che ho già vissuto, solo che io il rossetto non me lo so mettere e i miei capelli non sono così voluminosi.
ma per il resto "Qualcosa mi ha disturbato, non so bene cosa, ma qualcosa mi ha disturbato".

11/07/2011

18. I’d wish to break it, but just for a while

"Vado al lavoro un bel po' prima che sorga il sole e me ne vado un bel po' dopo che è tramontato.
Non faccio sesso da sei mesi. Con qualcuno che non sia io, almeno.
E l'unica cosa che c'è nel mio frigo è un vecchio limone.O forse un kiwi, impossibile dirlo.
Ma in realtà questa è solo una cosa temporanea."

10/16/2011

17.Molto forte, incredibilmente vicino

"A me piace vedere le persone riunite, forse è sciocco, ma che dire, mi piace vedere la gente che si corre incontro, mi piacciono i baci e i pianti, amo l'impazienza, le storie che la bocca non riesce a raccontare abbastanza in fretta, le orecchie che non sono abbastanza grandi, gli occhi che non abbracciano tutto il cambiamento, mi piacciono gli abbracci, la ricomposizione, la fine della mancanza di qualcuno, mi siedo in disparte con un caffè e scrivo nel diario, osservo e scrivo, cerco di non ricordare la vita che non volevo perdere ma che ho perduto e devo ricordare, essere qui mi riempie di gioia anche se la gioia non è la mia, e alla fine della giornata riempio la valigia di vecchie notizie.

Avrei voluto piangere ma non ho pianto, probabilmente avrai dovuto farlo, annegare [...] dentro la stanza, porre fine alle sofferenze, mi avrebbero trovati a galla a faccia in giù in duemila pagine bianche, seppelliti sotto il sale delle mie lacrime evaporate."

9/22/2011

16. Solo per un'ora.....perdutamente

Oggi, a pranzo, davanti a un’insalata verde e una coca zero, perché siamo a Milano, M mi ha detto che oggi è giovedì.

Oggi ho scoperto che è giovedì e non mercoledì.

E mi sono sentita rinata, viva, felice.

Nonostante il malumore serale, il mal di testa perenne da cinque giorni, il GL account, la sua foto, il fatto che anche questo sabato starò su un treno, le lamentele, le ballerine e il freddo che mi spinge a stare a letto quando non dovrei.

Poi dopo pranzo, ho scoperto che è autunno.

Una volta ero più attenta ai particolari.
Mi piaceva il primo di ogni mese, il primo giorno di una stagione, e cercavo di contagiare tutti con questa mia scoperta. Me lo facevi notare te che ogni volta ti chiamavo per ricordati la data.
E invece ora non mi rendo più conto che è giovedì, che è entrato l’autunno, che non mi ricordo più tutti i dettagli tuoi, che si incrina la voce ancora a pensarti, che mi piacerebbe chiamarti per dire che lavoro, che sto bene, sono un po’ stanca, ma è il lavoro, è la città. “Sai ci sono le modelle in giro, dovresti vedere che gambe, mi fanno sentire ancora più bassa.” E poi ti racconterei del capo che mi ha promesso che non mi dirà mai brava, perché faccio solo il mio dovere, che mi dirà sempre inetta quando sbaglierò, e che sono un po’ lenta, ma che oggi mi ha detto già due volte che il lavoro era perfetto. Parlerei di quel tarlo che ho sempre in testa, nonostante i km, del mio essere sempre identica a prima, di non cambiare mai da quel batuffolo rosa che ero quando mi tenevi tra le braccia. Direi che i miei occhi sono sempre velati, proprio come i tuoi quando mi salutavi, ma comunque lucidi per la gioia quando mi vedevi.

Prometterei che “ci vediamo a Natale, certo che scendo e ci vediamo”. E mi fai quei dolci che mi piacciono, e mi farai vedere le vecchie foto, e mi racconterai nuovamente di quella volta che ho dato spettacolo davanti a tutti, ma che a te non te ne importava e hai comunque detto di conoscermi, anzi che io ero proprio tua.
Te lo direi, te lo racconterei, parlerei a voce alta in metro per fartelo sentire e per farti capire che ci sono.
Ma lo sai che ci sono. E lo sai pure te, che sei andato via che ero ancora una ciliegia rossa, come mi dicevi sempre sul divano.

E io ti direi che è autunno, e che mi piace l’autunno, perché mi ricorda i tuoi abbracci, il tuo zucchero, il tuo affetto, e che a Natale verrò per abbracciarti più forte del cappotto autunnale marrone che avevi sempre  addosso. 

9/18/2011

15- Allontanandosi, ma senza farsi male

"So quel che sta succedendo.
E non posso dirti che con il tempo passa, perché non è vero.
Non passa.
Rimane lì.
è solo che uno si abitua a convivere con il dolore.
L'idea dell'assenza.
Non passa.
Non dimentica.


Però diventa sopportabile


Arriva un momento, una mattina, che ti svegli, 
ti vesti meccanicamente per andare a lavoro
senti che la vita continua
che è più forte
e che, bene o male, ti ci sei dentro.


Allora, prendi un respiro e, ricominci a camminare...
Tutto qui."



9/17/2011

14.Sai, non si sa mai, in fondo, o invece sì, o invece sì.

E' che non ho mai molto da dire. Allora sto zitta.

Da lunedì al venerdì è un’altra storia.
È un’altra vita.
Sembra felice.
Sembro serena.
Rido.scherzo.canto.la solita esse.
Ma è finto.
È tutto finto.
E non è bello.

Quando scende la sera, il sorriso non c’è più perché le pile sono esaurite.
Ci vuole un po’ per ricaricalo.
E in quel po’ non penso a nulla, a nessuno. E non ho nessuna forza.

Poi arriva il weekend, e tutti quei pensieri ricompaiono nuovamente e avrei voglia di parlarne.
Ma il weekend è weekend per tutti.
E si ritorna al lunedì, nella solita storia.

Perché non posso dirti di non essere felice?

8/27/2011

13. Tutto passa, anche questo passerà

Hai presente quando inciampi in qualcosa che proprio in quell'istante calza a pennello con la tua vita?
Con quanta facilità questa poi entra nella tua testa?
Ti viene spontaneo accoglierla dentro di te, e sentirla tua. E non ti importa quante altre persone possano immedesimarsi, e cosa possa suscitare la stessa sequenza di colori e di note nelle altre persone.

Perchè, in quel momento ci sei solo te e quel film. 
Te e quella foto.
Te e quella frase.
Te e quella canzone.
Te e il tuo barattolino.
e tutto il resto è solo contorno.
e nemmeno piacevole, delle volte.

8/25/2011

12. Sei proprio bellino

Sei proprio bellino.

Sei piccolino, non sei uno che si nota, non hai spalle così grandi e possenti. Però sei proprio bellino con i tuoi capelli scuri corti e le tue sopracciglia nere nere. Sotto ci sono degli occhietti proprio bellini: sono scuri e profondi. E poi hai sempre il sorriso. Non un sorriso largo, che mostra tutti i denti. Ma accennato. Però è accennato sempre. E i denti, anche se non si vedono, so che sono bianchi e perfetti. Mi piace chi ha lo sguardo come il tuo: sempre sereno, con le labbra pronte ad accoglierti in un sorriso.

Un sorriso quando starnutisco, un altro quando ci incrociamo nel corridoio, uno quando mi dispero davanti al pc, uno bello quando grido “che palle” e un altro bello quando dico soccia. Poi ho visto il sorriso che fai quando dico al collega non mi toccare, cos’è sta confidenza.

Sei proprio bellino, sì.

Con la camicia chiara e il pantalone scuro. Sicuro non ti vesti così quando esci con i tuoi amici.
Perché sicuramente hai degli amici. E secondo me, bevi la birra quando esci con i tuoi amici. Tra tutti sei sicuramente quello che sorride di più. Quello più timido anche. Quello con gli occhi più profondi. E poi ho visto che l’altro giorno ascoltavi gli ArtickMonkeys.

Sei proprio bellino, mi piaci, quasi.

Anche se non hai un dito.

8/07/2011

11. Not talkin' 'bout a year no not three or four


La vita non è un belvedere panoramico ma un cammino, e questo cammino presenta spesso dei punti in salita. Davanti all'improvviso inerpicarsi del sentiero si possono fare due cose, come nelle gite. Si può dire: non ce la faccio più e tornare indietro; oppure ci si riposa un po' e si va avanti.

Per un po' mi riposerò e andrò avanti.
Ma non mi si chieda sul perché, sul come e sul dove. E sul con chi.

8/05/2011

10.Mare, lago o montagna?- e non è un servizio di studio aperto-

Da sempre si dice che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.
Lo si dice sia per questioni di rima sia perché il mare rappresenta quella distesa infinita di acqua, quello spazio aperto che ti fa sentire libero e speranzoso, aiutato dal fatto che non riesci a vedere l’altra parte.
Non è come il il lago. Il lago, in qualunque posizione ti metta, riesci a vedere l’altra sponda. Sai che c’è. E questo non essere solo non ti fa respirare profondamente, ma ti fa rimanere in uno spazio circolare stretto, che ti rende comunque sicuro che qualcun altro c’è.
 Diversa è la sensazione che ti scaturisce la montagna. La montagna è più faticosa del mare, perché devi salire, devi mantenere il fiato e il respiro, devi stare attento agli animali, ai sassi e ai rami. Però quando arrivi su, in alto, con le braccia sui fianchi e il respiro grave, il sorriso che ti esce è totale e vedere da dove sei partito e tutto quello che hai lasciato giù, ti fa sentire felice, convinto che  ne è valsa la pena. I polmoni si liberano, il viso è disteso, l’aria e buona e le tue mani intrecciate reggono il capo e, la tua posizione un po’ inclinata in dietro, ti fa, letteralmente, godere. Che te sia solo o in compagnia, lo spettacolo è sublime. E tu ti senti bene.
Anche perché sai che dopo la salita c’è il panino.

Comunque tornando a tra il dire e il fare, abbiamo appurato che non c’è né il lago né la montagna, ma c’è il mare.
In realtà, all’atto pratico, a meno che te non sia in ferie al mare o abiti in una località marittima, non è così.

Tra il dire e il fare ci sei solo te. In città, in campagna, sul marciapiede, sul motorino, e anche al mare.
Al di là di quale sia il motivo che ti fa dire e non ti fa fare, l’input a farti muovere tarda ad arrivare o lo tardi te.
Perché io sono convinta che la tua vita la fai te- sembro uno spot antidroga, lo so- e quindi non puoi lamentarti se il lavoro che fai non ti piace, se il tuo amore non ti parla più o se la pizza che hai cucinato è dolce. (Nonostante il lamentarsi sia una delle attività preferite del genere umano, me compresa e fiera rappresentante).
Quindi bisognerebbe darsi una mossa.
Andare al mare, in montagna o al lago.
E godere.
Captare quale sia il collegamento tra il dire e il fare. E farlo. Oh!
Darsi una mossa, spingere, pompare, correre, parlare, guardare negli occhi, motivarsi, sorridere, mangiare cioccolata, studiare, fare una chiamata, non vergognarsi, essere sicuri, cantare, fare una serenata, dire parole che mai avresti pensato di poter dire, scrivere lettere cartacee ed essere sinceri con se stessi.

Ma comunque "di solito Alice si dava degli ottimi consigli, però poi li seguiva raramente".

7/30/2011

9. Io sono come l'uva

Cerco di ripercorrere tutti quei momenti, tutte quelle sensazioni, tutti gli odori e i suoni di quella serata.

Nel grande parco del festival c’erano tantissime persone, e lei ed io camminavamo dritte, un po’ impaurite da quella folla chiassosa e raggiante, meno certe del nostro passo, convinte del nostro essere fragile ma forti assieme. Non ti avevo voluto chiamare. Una punta di orgoglio, un pizzico di self control, un ramo di voglia che fossi te a chiamarmi per invitarmi al grande spettacolo di luci e di suoni. Ma non ti eri fatto sentire, e io ero uscita lo stesso, con una piccola ammaccatura nel cuore.
Involontariamente ti cercavo, ti bramavo che fossi qui vicino a me, che potessi vedere i tuoi occhi profondi, il tuo naso che cercava il mio profumo, le mani nervose che cercavano una collocazione nel discorso.

Poi ci ritrovammo di fianco al palco, abbracciati. Io con le spalle sul tendone,e te che mi guardavi dritto negli occhi senza dire una parola, cercando di prendermi il più possibile. Io con gli occhi bassi, non riuscivo a reggere il tuo sguardo, non volevo farmi vedere, già quella morsa con cui mi stringevi era troppo intima. E mentre ti sorridevo chiedendoti che c’è, te apristi la tua bocca e prendesti la mia. Nessun movimento. Nessun sbalzo. Nessun muscolo che si contrasse. Io non mi mossi, te nemmeno. Con gli occhi chiusi, rimanemmo così, con le orecchie ormai sorde della musica, dimentichi del mondo che intorno girava incurante, dimentichi della mia amica sul verde a vedere un barbuto che cantava in modo goffo, cercando di riesumare la sua giovinezza ormai persa.
La tua maglia nera a maniche corte si intonava perfettamente con il mio cardigan, il mio vestito avviluppava il mio ma anche il tuo corpo, il respiro era all’unisono, le nostra mani non si toccavano e le nostre spalle erano vicine senza contatto.
Nessuno dei due si continuò a muovere. Nessuno dei due si allontanò. Ma rimanemmo così, estasiati e convinti che in quel momento ci fossimo solo noi. E che tutto il resto facesse il tifo per noi.

Poi mi spostai, te riprendesti a guardare dritto, e senza dire una parola mi prendesti la mano sinistra e iniziammo a correre verso la collinetta che divideva il parco in due emisferi. Arrivati alla salita, mi riabbracciasti come tuo solito, con le tue mani che si intrecciavano per stringermi senza farmi scappare. E lì, sorridesti.
Con i tuoi larghi denti bianchi, ancora non segnati dall’età, dal fumo e dai caffè. E lì, mi dicesti.

“Sono come l’uva per te.”

Il sorriso mi scomparve.
“Io sono l’uva, tu la volpe. Te non vorresti essere la volpe, te non vorresti che io fossi l’uva, ma è così.
È inutile nasconderlo. è inutile nascondertelo. Dillo, gridalo pure. Io vorrei essere la tua uva, io vorrei che te fossi la mia uva, ma il tempo è sbagliato, le occasioni sono state perse, non hai saputo essere furba, mi hai regalato momenti in ore sbagliate, mi hai offerto te stessa, quando io non sapevo cosa volevo.
E il tempo porta via tutto. Con un soffio di vento, con il ticchettio, con i nostri respiri all’unisono, con i nostri occhi che si cercano, ma lo fanno in momenti diversi.
Ti guardavo, quando te non mi guardavi. Ti cercavo quando non c’eri. Ti ho voluto ma non te l’ho detto.”

Il sorriso si spense nelle nostre bocche. E mi ricordai della mia amica, lasciata sola.
Senza nemmeno guardarti, mi sono allontanata e ti ho detto “è ora di tornare a casa”.

E così come eri apparso, sei svanito nel buio e nelle luci del concerto, nel verde gracchiante dell’erba, nel rumore delle stelle che osservavano la scena e che, sbuffando, scomparvero dal mio sogno.
Quel bacio rimarrà in me, forse non in te. Il sorriso è stato sincero, il mio non replicare altrettanto.
Ma il tempo è stato contrario.
O semplicemente io non ho preso bene i tempi, e mi sono svegliata troppo tardi dal sonno leggero del venerdì sera.

Sarà che forse sei veramente come l'uva per me. 
Ma l'uva non mi piace così tanto, in realtà.

7/24/2011

8. Era una notte buia e tempestosa...

Era una notte buia e tempestosa…

E la macchina andava dritta e sicura nella tempesta del nord portando con sé un peso che nemmeno sapeva che potesse esistere.
La bambina con i grandi occhiali neri prese il suo quaderno di cartone e la penna, e decise che avrebbe scritto una lettera. Una lettera in cui avrebbe parlato del peso che affliggeva quella macchina. Una lettera in cui avrebbe fatto luce sui suoi pensieri, prima di quelli degli altri.
La bimba pensava veramente che le cose se dette ad alta voce potessero prendere forma e più volte aveva tentato di farlo, ma invano.

Non aveva abbastanza fiato per urlare al cielo il fuliggine dell’anima;
non aveva allenamento per prendere la rincorsa e tirare dritto per la strada dei suoi pensieri;
non aveva lo slancio da gamba lunga per saltare l’ostacolo della consapevolezza.
Il pubblico suo amico sperava che la bimba dai capelli scuri si muovesse nell’arena della vita e che, finalmente corresse. Lo sparo del via era stato già scoppiato su verso l' alto.

Ma lei era ancora lì.
La sua voce era muta.
Le scarpe nuove e bianche, rotte solo per il suo strano modo di mettere i piedi dondolanti verso l’esterno.
I suoi pensieri erano tutti accumulati sotto quel cespuglio dalla frangia lunga.

La paura di non essere all’altezza la bloccava lì.
L’aria che veniva mossa dagli altri atleti le muoveva di tanto in tanto i capelli, le accarezzava il collo e la pelle delle braccia.
Sentiva la musica delle parole che le riempivano le orecchie.
Sentiva le storie, i cuscinetti delle scarpe altrui, il muoversi, le chiacchiere, i dubbi, le indecisioni degli altri che volavano via dalle lore bocche, e che si andavano a depositare in lei fino alle sue doppie punte.

La ragazzina con i capelli lunghi aveva veramente accumulato troppo. E aveva troppo dentro per poterlo dire, per poterlo scrivere, troppo ancora da immaginare.
Le ammissioni da fare anche a se stessa erano innumerevoli e grevi.

Preferiva che fosse la macchina nera a portare con sé il peso.
Preferì non dire nulla, rimanere ancora lì sulla linea della partenza, senza provocare alcuno spostamento d’aria.

“Che ci pensassero gli altri a muovere l’aria mentre ascoltano la musica! Prima o poi mi muoverò anche io a tempo della mia musica.”
Ma quando non si sa. Quando l’avrebbe sentito dentro, quando le gambe avrebbero avuto la forza di reagire a tutto. Allora lei avrebbe assecondato il movimento, avrebbe mosso l’aria, al tempo delle sue sette notte, per non dare di nuovo la colpa a se stessa di essere stata fuori tempo e di aver chiesto troppo.

E la notte rimase buia e tempestosa, almeno dentro i suoi occhi verdi.

7/18/2011

7. Forza Panino!

Puoi anche non prendermi il panino, far finta di aver dimenticato proprio il mio panino alla bresaola e rucola, proprio oggi che siamo pieni di lavoro. Puoi anche avere l’accortezza di non dire “ora te lo vado a prendere” e mangiarti il tuo schifoso panino alla mortadella e la tua odiosa coca cola normale davanti a me, mentre io continuo a lavorare, a fare cose anche per te, mentre te canti le tue canzoni stupide e senza senso in un inglese degno nemmeno di un bimbo di quattro anni. Fai quello che ti pare.

La mia settimana della positività, del sorriso e del “dai dai dai” non me la rovini.

E non ti meravigliare se adesso ti rispondo male, o meglio, se ti rispondo ma non ti guardo in faccia.

Perché te manco ti meriti un briciolo della mia voglia di vivere.

E puoi continuare a lamentarti della tua vita lontano da casa.
Tu che hai passato gli ultimi 25 anni della tua vita a casa, con mamma e papà, a pranzare a sbafo dei tuoi, senza mai cucinare un piatto di pasta, senza mai pagare una bolletta, senza mai andare a prenderti una birra seduto in piazza. Lamentati che questa città è troppo grande, che ci sono troppe persone, che la metro è afosa e non trovi mai posto a sedere. Continua a ignorare il tuo problema di fiatella, il tuo alito che si sente nonostante io abbia cambiato il mio posto nell’openspace.

Te non mi prendi il panino? E io non mangio.
Perché tanto sono ancora sazia del panino con le melanzane e del pollo di sabato sera.

Parlami pure. Ma a vanvera.
Perché sono ancora piena e felice delle parole dei miei amici e di chi almeno mi rispetta.
Vuoi la competizione?

Io non te la do.
Non sono così meschina e arrogante.
Non sono venuta fin qui per far carriera o per mettermi in luce. Hai sbagliato persona.

Io il panino me lo faccio da sola, e la coca cola la prendo zero. E mi lavo i denti anche al lavoro.

E te sei un poverino che della vita ha capito meno di me.
Quindi un cazzo.

7/12/2011

6. Si capisce che il motivo sei stato tu che me lo chiedi

Sono tre mesi.
Tu l’avresti detto?
L’avresti detto che ad ogni mese, ricordo che sono passati altri 30 giorni?

Ricordo il ritardo, ricordo il tempo, ricordo la distanza.

Un giorno, al liceo, tu, il mio migliore amico, dicesti che ero cambiata, che si notava che ero cresciuta, che ero maturata. Avevo preso consapevolezza dei miei pensieri, sapevo quello che volevo fare, avevo capito cosa mi piaceva, cosa no, prendevo la parola se l’argomento mi interessava, mi informavo non tanto per, e avevo imparato a capire, ad ascoltare e rispondevo in modo non più infantile, ma serio e composto.

Io non me ne ero resa conto.
Te sì.

Mi dicesti che mi avevi osservato da sempre, fin dal nostro primo girotondo all’asilo, quando andavo in giro con la tuta rosa e gli scarponcini comodi. Poi c’eravamo persi, eravamo cresciuti, ma il primo giorno del nostro ritrovarsi mi avevi riconosciuto, anche se non avevo una tuta rosa e non indossavo scarponcini.
Da lì non ci siamo più lasciati. Da lì hai iniziato a starmi vicino, a capirmi, a esserci sempre, fino a quando di petto non mi hai detto che ero cambiata. Una nuova amica. Che ti piaceva tanto, ma che ti faceva un po’ paura. Perché avevi capito che non sarebbe stato più semplice come prima, che il mio crescere e il tuo crescere non sarebbero stati più così compatibili come prima. E avevi capito, prima di tutti, che dopo quella frase non sarebbe stato più come prima.

E fu così.

Non passò tanto tempo al nostro distacco. Al mio distacco.

La consapevolezza di voler cambiare radicalmente, di più di quello che era già avvenuto, a te non andava bene.

Non volevi rinunciare alla tua vecchia amica. Non ne volevi una nuova e lontana.

Lontana perché avevo capito di voler scappare da quel paese, da quei pochi metri quadri pieni di poster, di libri e di cd che era la mia stanza, lontana dalle serate passate sul divano a parlare di noi, del futuro, del modo diametralmente opposto di vedere le cose, dei programmi trash che guardavi te, delle serate al molo che passavo a fumare io.

Nuova perché mi ero guardata dentro, e mi era piaciuto quello che avevo visto.

La consapevolezza di sapere ciò però non mi aiutò. Il mio essere più matura portò al declino della nostra amicizia.

E mi ricordo quella sera in piazza, sui scalini, io a bere la birra, e te a rimproverarmi, a dirmi che l’avresti detto a mia madre. È l’ultimo bel ricordo della nostra amicizia, del nostro affetto, del nostro amarci.
Il libro di Bukowski che tirasti fuori all’improvviso, con quella dedica che segnava l’inizio di una nuova vita. Non aprii la busta davanti a te e te non insistetti, perché sapevi quanto mi dava fastidio aprire i regali davanti a chi me lo ha dato. Andasti dal cane a dargli da bere. E non ti girasti più.
Mi riaccompagnasti a casa, e io non dissi nulla.

Avrei potuto salvare il mondo, il nostro mondo, con una semplice frase.

Ma non lo feci.

Perché ti avevo già buttato fuori dal mio cerchio.

Non ci guardammo nemmeno in faccia.

Sospirai, aprii la portiera della gip mentre suonavano i Dream Theater e non ci siamo più parlati, da allora.

Pensavo che non sarebbe più successo. Perché pensavo che fosse tutto collegato al fatto che sapevo che la mia vita non era lì.
E che volevo andare via.

Una sicurezza così forte non l’ho più provata.

Un dolore così grande, purtroppo sì.

Mi manca quella mia sicurezza.

Mi mancano quelle fondamenta che sono cresciute e che si erano amalgamate con il mio modo di vivere.

Ti ho odiato quando mi mandasti quella mail piena di parole rancorose, quando mi dicesti di aver buttato le nostre lettere e le nostre foto. Io tenni tutto. E lo tengo ancora.
Nascosto, nascostissimo.
Ma c’è sempre stato.
Sì, se ti lascio ti cancello. Sono proprio io.
Ma dopo tempo, dopo un inguaribile quantità di tempo.

E ora mi ritrovo con una nuova vita e senza alcuna consapevolezza.
Ho solo quella consapevolezza che quel giorno non divenni così matura come dicesti.
Semplicemente.

E non sopporto di stare qui. E di non avere qualcuno che mi parli della mia vecchia vita. Di come ero prima.

Ma non si fa.
Non si parla del passato.
Non si chiede quanti ex hai avuto.
Non si chiede fino a che età hai bagnato il letto.
Non si chiede cosa hai fatto quella sera.
Non si chiede come stai.

Le parole forse mi sono finite allora.
Con il mio amico per 15 anni.
Forse se le è portate via lui, e non le riavrò mai più.

7/08/2011

5. ..anche se fosse uno solo, sia pur piccolissimo, non più grosso di un pollice, sarei già contenta; e gli vorrei un gran bene...

Ti parlerei del sole che lentamente scende ogni sera davanti la finestra.
T i parlerei di quando la mattina dopo sale su in alto e illumina i vetri della stanza.
Ti parlerei delle grida dei lavoratori del lunedì che ti ricordano dove sei.
Ti parlerei del silenzio inquietante che ti amplifica quando si scende le scale grigie della metro.
Ti parlerei dell’odore che assale le narici da poco sveglie, appena si entra nel ferro sporco e pieno di respiri nervosi.
T i parlerei dell’equilibrio instabile per non sporcarsi le mani, per non cadere, per resistere.
Ti parlerei del vento che ti graffia la gola e la faccia.
Ti parlerei dei passi veloci e ritmati che ti violentano gli occhi, il corpo e l’anima.
Ti parlerei della luce riflessa da quei specchi, lì ad osservarti ogni volta che passi davanti.
Ti parlerei dell’odio irrazionale pedone-macchina, macchina-pedone e dei colori della pubblicità che si godono lo spettacolo mentre osservano incuranti l’asfalto.
Ti parlerei della polvere che ti fa abbassare lo sguardo.
Ti parlerei di quelle facce scure, di quelle casacche sgargianti che ti fanno camminare con passi piccoli e successivi su quel pavimento scivoloso del mattino.
Ti parlerei della musica che si spegne, della mano che cerca, del blu che ti avvolge e della presa di coscienza che ti avvinghia.
Ti parlerei del rumore elettronico, di quello metallico, di quello muto, di accordo e di consenso, che ti squadra impassivo .
Ti parlerei di quell’arancione, di quel rosso e di quel giallo che non ti fa sentire a casa.
Ti parlerei di quelle righe inamidate, di quel bianco innaturale, di quella lucentezza necessaria, di quel fumo grigio che esce dalle narici, di quei gesti nervosi e abitudinari.
Ti parlerei di quei amori che nascono e crescono affianco a te e ti fanno sentire sicura e beata.
Ti parlerei delle parole di routine, di quelle inglesi, di quelle francesi, delle capability, della specializzazione, del cv, delle job experience che ti deturpano l’innocenza.
Ti parlerei delle cadenze e degli accenti con cui quelle parole ti fluttuano attorno.
Ti parlerei della noncuranza altrui.
Ti parlerei degli sguardi che lanciano le ragazze ai ragazzi, del bene che ci si può scambiare dopo qualche giorno di conoscenza, della furtività degli incontri, degli occhi che non si staccano.
Ti parlerei dell’ esperienza e dell’ essere provocanti, dell’ essere timida, impacciata, delle scarpe che calpestano i quadrati, del sorriso che uccide l’altro sorriso,  del miao che significa ciao.
Ti parlerei del tempo che non passa senza.
Ti parlerei del tempo che non basta mai.
Ti parlerei delle 18 che non arrivano.
Ti parlerei delle 23 che arrivano sempre troppo presto.
Ti parlerei ancora di quei rumori, di quegli odori, di quei gesti meccanici, di quella routine fatta di piedi e di gambe che si muovono all’unisono e che ti fanno loro.
Ti parlerei degli occhi tristi, degli sguardi assenti, del buio che scorre di fianco a te, delle fermate obbligatorie, dei colori che non si riflettono in viso, ma che rimangono fermi nella loro posizione e non regalano emozioni.
Ti parlerei della faccia impassibile quando gli occhi si muovono da destra a sinistra e quando il dito con aria placida scorre lungo il bordo tagliente di una nuova storia.
Ti parlerei dell’automatismo con cui sali, tocchi, annusi, respiri, assaggi, sfiori, fai tua questa vita, che non sai se vuoi.
Ti parlerei di quella finestra sempre aperta e sempre luminosa, di quella statua di sale che ti è accanto e che lì rimane, nonostante tutto.
Ti parlerei della moquette su cui si striscia obbligatoriamente costringendo il tuo corpo a posizioni innaturali, dolorose, pur di far piacere, pur di far prima.
Ti parlerei del blu che ti lascia per far posto al nero, al grigio, al verde, a seconda delle disponibilità, della volontà, del tempo, di te.
Ti parlerei dello scorrere dell’acqua per pulirti, per riprenderti, per sentirti di nuovo, per scacciare via demoni e dubbi.
Ti parlerei della luce che si spegne, del rosa che riflette sul verde,  del caldo delle lenzuola, del poco spazio che lascio, del lato in cui sto, lontano da ogni presenza e da ogni assenza.

Ti parlerei se solo ti conoscessi, se solo sapessi il tuo nome, se sapessi il colore dei tuoi occhi, il riflesso che fa il sole sui tuoi capelli, la lunghezza delle tue unghie, come ridi, se inclini la testa quando sorridi, se prendi il volo quando sogni. 
Se solo sapessi chi tu sia, se ci sei da qualche parte, se solo sapessi che ti voglio parlare.

7/04/2011

4. Come te...ci sei solo tu

Per tanto ho pensato che senza Bologna, io non potessi essere niente. Mi mancava la sua aria quando uscivo dal portone, mi mancavano i suoi portici che ti coprono dalla pioggia ma anche dal sole, mi mancavano quegli scorci che riesci a rubare mentre un portone si chiude, facendo brillare negli occhi il giardino nel cortile del palazzo dai toni caldi, mi mancavano le strisce pedonali da attraversare puntualmente all'uscita della stazione prima di andare a imbattersi nel casino di via Indipendenza, mi mancavano quegli alberi verdi sui viali, mi mancava la vista delle torri e quel sentirmi piccola quando arrivavo sotto di loro, mi mancava la sensazione di grazia e di apertura che raggiungevo ogni volta che arrivavo in una sua magnifica piazza, mi mancava il gelato alla banana ricoperto di cioccolato, mi mancava l'aria che ti passa dentro e che ti scompiglia i capelli al centro di piazza Maggiore, mi mancavano le strade sporche di via Zamboni, i suoi gradini e i suoi pr con i loro immancabili 2x1, mi mancava camminare da sola, con la musica nelle orecchie e gli occhi all'insù per vedere le case con le tende rosse sporche, mi mancava la spritz di Maurizio, mi mancava l'Ichnusa, la Bud, l'Heineken del pakistano, mi mancava la birra artigianale di quel posto in via Mascarella con quei vasetti con i fiori secchi, mi mancava la mia voglia di cambiare, mi mancava il mio nascondermi quando incontravo qualcuno che non volevo vedere, mi mancavano i sassolini di via del Pratello, mi mancava passare davanti  un cinema e fermarmi a vedere le locandine dei film, mi mancava il Lumiere e il mio sentirmi umanista ogni volta che entravo, mi mancavano le colazioni nel mio bar preferito, mi mancava perfino il nero che ti chiede lo spiccio e il 35 perennemente in ritardo.

Ho pianto
in treno, davanti ad uno sconosciuto, che non sapeva cosa fare e a cui ho finito i fazzoletti.
Avevo in mente di scrivere lettere e ringraziamenti, ma sono rimaste solo bozze sul mio Orson.

Forse non si può capire se un quadro ci piace o no, a meno che, come nel mio caso, non capiti di non vederlo per molto tempo.”

Sono scesa tante volte a Bologna.
Il sorriso si spalancava appena vedevo SanLuca e rimaneva anche quando alzavo gli occhi per vedere la galleria della stazione di Milano. Rimanevo beata fino al mattino dopo.

Poi ho capito che per stare meglio, forse, dovevo iniziare a vivere Milano, e per farlo, dovevo rimpicciolire lo spazio nel mio cuore dedicato a Bologna.
E ho osato pensare di non scendere più, per  motivazioni che ritenevo melodrammatiche ma reali.
Non potevo continuare a fare confronti, non potevo continuare a osservare le pareti verdi della stanza e a ricordarmi tutte le scritte fatte in bagno nei momenti più impensati, tutti gli sguardi dati al giardino, tutte le risate fatte in compagnia.
Perché al di là della città e delle sensazioni, mi mancavano le persone.

Mi mancava terribilmente la ragazza che "ma tu ti tingi? ma dove?", mi mancavano le birre prese con lei e le chiacchierate sul tutto e sul niente, mi mancava il suo essere in ritardo perché si doveva lavare i denti e la sua coperta zebrata; mi mancava quell'altra disordinata a livelli indecenti, il suo tabacco in giro, il suo addormentarsi senza raccontarmi una storia e i suoi caffè la mattina a letto; mi mancavano i rimproveri dell'altra perché non mi facevo mai sentire e poi quando la chiamavo mi rispondeva sorpresa "oh", il suo frisbee e i suoi orari opposti dal mio; mi mancava il mio amico che usciva per primo dall'università, che anche se si lavorava in gruppo, lui andava avanti da solo, mi mancavano le sue e-mail con i dubbi esistenziali, e i suoi racconti spirituali; mi mancava la bionda perennemente in ritardo, perennemente con i tacchi, e perennemente con un'idea che aveva pensato e che mi incuteva terrore appena esclamava il mio nome per intero; mi mancava il ragazzo che con me sparava sulla croce rossa e mi faceva ridere ogni minuto; mi mancava quel ragazzo standard, che tanto standard non era, che si impegnava in tutto ciò che faceva  e con cui mi piaceva tanto parlare, perché mi faceva stare bene, e il suo esserci, sempre, anche dopo un soprannome; mi mancavano i rimproveri della bolognese per il mio starmi sempre zitta e per i suoi consigli sulla vita; mi mancava la pacatezza, l’eleganza, l’ essere sempre in macchina, l’ arrivo in convitto prima delle ripetizioni del gigante; mi mancava il mio sentirmi chiamare Gaga in continuazione, il biliardino e chi battevo al biliardino, mi mancavano le lamentele di quella ragazza che mi dava sempre della pessima perché dimenticavo di fare ciò che avevo promesso; mi mancava la riccia che voleva sempre darmi baci e abbracciarmi, che mi diceva ti voglio bene e indietro riceveva solo un sorriso e si arrabbiava; mi mancava la bionda ormai lontana e la mora distante; mi mancava perfino la barista dell'università e il sapere che mai più l'avrei rivista.
E dire che, in genere, io non sono una persona romantica.
Ma per non ricredermi, ho pensato che sarebbe stato necessario accantonare, non reggere i miei pensieri pesanti, spostarli un po’ più in là, come ho sempre fatto. Ho pensato che, dire che per me era indifferente avrebbe risolto tutto, avrei fatto come l’ultima volta, avrei dato la colpa ad altro senza prendere la responsabilità della decisione.
Senza lottare, senza dire la mia, avrei fatto il mio solito gioco, perdendo di nuovo una possibilità di essere felice e di stare bene, e di stare vicino a chi voglio.
In realtà tutto quello che ho fatto, l’ho fatto senza pensare, è stato naturale comportarmi così. O almeno credo.
Fatto sta che stamane c’ho pensato. L’ho pensato mentre guardavo il muro arancione di un ufficio non mio.
Ho pensato che io ci voglio tornare giù.
Ho pensato che per me non è indifferente.
Ho pensato che la motivazione non è quella che ritenevo.
Io voglio tornare per tutti, per l’aria, per l’equilibrio, per lo spritz, per te, per me.
Starò qui fino a quando devo, prenderò tutto quello che posso prendere, farò mio tutto quello che posso, mi divertirò, non farò la musona troppo a lungo, o l’acida come mio solito -ahahah non è vero, lo farò, perché lo sono-. Non dormirò su altre coperte zebrate, non darò soprannomi, non mi lamenterò, non darò nomi alle cose,  sorriderò sempre, giocherò comunque a biliardino,  troverò  persone con i miei stessi gusti, mi innamorerò comunque in continuazione, penserò a tutti, manderò messaggi fino a quando avrò credito,  mi spaccherò la spalla con il dell, lavorerò, perché lo voglio, terrò i tuoi occhi nella tasca interna del giubbotto.
 Poi appena posso tornerò, tornerò da me.

7/03/2011

3.[...]ho sognato di te come si sogna della rosa e del vento

Faccio finta di dormire. Chiudo gli occhi, sperando di fare un bel sogno. Uno di quelli che ti fanno svegliare  con un bel sorriso sulle labbra. È per questo che non si deve andare a dormire subito dopo mangiato, altrimenti ti svegli non con il sorriso ma con una sensazione di umido sulla bocca.
Che tanto sensazione non è.

Quando ero piccola, c’è stato un periodo in cui non riuscivo più a dormire.
Mia madre mi metteva a letto alle 9e30 e io restavo vigile fino alle 7, quando veniva a chiamarmi per andare a scuola.
Le prime due notti, ricordo, che non mi lamentai, ritenevo che fosse solo una mia suggestione. Poi mi accorsi che non era così. Non dormivo proprio. Non riuscivo. Chiesi a mia madre cosa fare e lei mi rispose che per potermi addormentare avrei dovuto pensare a qualcosa di bello.

Da poche settimane era morta mia nonna, la nonna dai capelli neri neri che non mi avevano fatto più vedere, perché stava male. La nonna che aveva sempre gli occhi chiusi nelle foto ma le labbra spalancate in un sorriso sereno e tranquillo. La nonna che abitava su quella salita ripida di Chieti, dove puntualmente si incontrava il filobus, come la chiamava lei,  e dove mio padre doveva tenere la mano pronta sul freno a mano, mentre mia madre osservava dal finestrino il panorama abruzzese e ricordava di quella volta che…
La nonna che mi pettinava i capelli, che mi lavava da cima a fondo, la nonna con la casa a piano terra e il giardino fuori in cui giocare, la nonna sempre piena di nipoti che facevano a gara per stare in braccio a lei, per farsi fare le coccole, e per stare vicino a lei quando si mangiava- inutile dire che io a quelle gare non partecipavo mai, il mio senso di competizione non si è mai presentato, nemmeno da bimba-.

Morì il giorno della vigilia di Natale. Mentre tutti i bambini aspettavano l’arrivo di Babbo Natale, io ero in cucina, con l’altra nonna, a colorare farfalle e fiori, quando squillò il telefono verde e mia nonna venne a dirmi che l’altra nonna se ne era andata. Mi ricordo che non piansi. Non pianse nessuno davanti a me. Nemmeno mio padre. Non pianse nessuno, e furono così bravi che io riuscii a capire cosa era realmente accaduto solo quando tornai nel mio paesino marchigiano.

E da lì in poi non riuscii più a dormire.

Fino a quando non mi fu svelato il segreto.

“pensare a qualcosa di bello”

E da lì iniziarono i miei fantastici viaggi. All’inizio si trattava di riavere indietro la nonna, o di volare su un minipony rosa e azzurro, di essere un power ranger, di vivere per sempre con mamma e papà, di non dover veder partire mio fratello per l’università, di farmi la mia prima tinta color arancione, di baciare il rappresentate d’istituto, di diventare poliglotta, di avere una storia con il cantante del momento.

Successe la stessa cosa anche quando diventai più grande.
Quando a lasciarmi fu la nonna dai capelli lunghi e grigi e dai piccoli occhi marroni sempre sorridenti.  La nonna che mi dava i panini con la mortadella di nascosto da mamma, la nonna che faceva la patate piene di olio, che piangeva quando arrivavo e quando andavo via, che mi passava i soldi di mano in mano dicendo di non dire niente a mamma. La nonna che mi teneva ore al telefono e che se ne voleva andare via per non stare più male. Successe tutto nello stesso identico modo. Solo che quando lo seppi, non ero con nessun’altra nonna a colorare farfalle e fiori. E allora piansi così tanto, che le lacrime fecero reazione con le lenti a contatto, e gli occhi mi si schiarirono.
E anche lì per riprendere a dormire, iniziai a “pensare a qualcosa di bello.”

Tutt’ora penso a cose belle prima di addormentarmi. Penso a prima. A quando era tutto più facile e più bello. A cosa avrei potuto fare. Dire. Abbracciare. Stringere più forte a me.
Faccio finta di dormire allora. Abbasso le palpebre con la testa girata di lato sul cuscino. Sprofondo su qualche nuvola nel cielo del mondo, lontana e alta. Dimentico la giornata. Dimentico le persone. Dimentico i ricordi. Dimentico la morsa al cuore al pensiero.
Dimentico tutto.
Non voglio ricordare.
Non si può vivere di ricordi. Non si può sopravvivere.

Sdraiata sul letto rosso o su questo divano bianco, posso far finta di dormire, posso far finta di non essere qui, ma di essere altrove, di perdermi dove il mio sorriso viene ricambiato da quegli occhi chiusi in foto e da quella bocca sempre tesa in un sorriso confortante o da quei piccoli occhi marroni e da quella fossetta sotto il collo.
La paura va via, va fuori da qui. I brutti pensieri non ci sono più. Le paure, le ansie sul domani, i file excel, i ricordi dei dolci e dei panini mega imbottiti non ci sono più. Ma ci siamo solo noi. E allora chiudo gli occhi veramente, respiro l’aria buona dei piani alti e so che per me è fondamentale “pensare a qualcosa di bello”.

6/23/2011

2. Occhi bassi

L’ho visto un giorno, subito abbassai gli occhi. L’ho rivisto il giorno dopo. L’ho incontrato dopo un po’ e io l’ho guardato di nuovo, senza farmi notare. E poi l’ho rivisto altre volte. Sempre ad occhi bassi, ovvio.
Un tipico caso umano del mio genere.  Aveva tutti i particolari che caratterizzano un “S case human”. Aveva anche lo zaino, manco fossimo ancora all’università! E poi lavorava dove c’è il distributore di caramelle colorate! Cioè… perfetto.
Già mi immaginavo la nostra vita assieme … io che alla pausa andavo a prendere qualche caramella, lui che mi diceva “ciao, cosa hai sognato stanotte?” mentre mangiava le caramelle con me, lasciandomi però quelle viola e quelle gialle, che mi piacciono tanto. Poi a prendere la navetta assieme, lui che mi teneva il posto mentre ascoltava proprio quella canzone , poi si toglieva una cuffietta, mi sorrideva, e una volta che io mi ero seduta, mi abbracciava, ma non troppo, e mi diceva “e stasera da quale finestra ci affacciamo per vedere le luci e il cielo di Milano?”. Qualche birra la sera, le sigarette sul balcone, lui che accennava una canzone che mi faceva sorridere, una passeggiata sulla Darsena, un gelato da Grom, un pomeriggio in libreria, i weekend a vedere qualche mostra, la sera, quando non si voleva uscire, a vedere qualche film o telefilm in streaming e a ridere sul letto con il cuscino tutto per me. I libri da scambiarci, le chiacchiere da non fare necessariamente, i sorrisi ad occhi bassi, le scarpe sotto il letto che non si ritrovano al mattino perennemente in ritardo, gli sfoghi sul collega che proprio non ci piace, gli ovetti kinder con le sorpresine, i musi lunghi senza alcun motivo, l’odore del caffè e i piedi scalzi sul pavimento gelido quando si tornava dal lavoro.
Vabbè sì, ho una mente particolarmente aperta, mi piace immaginare, e spesso lo faccio mentre l’altra persona mi parla o mi sta affianco, tantè che io manco lo cago, e la metro passa con lui dentro, e io rimango a sognare un altro po’.
Tutto questo immaginato nell’arco di 3 minuti, guardando per aria e, subito, abbassando lo sguardo quando passava davanti.
Poi però un giorno noto una cosa. Una cosa che avrei dovuto guardare prima.
È tonda, luccicante e con dei strani ghirigori e si porta al dito. Merda, è fidanzato! E in più vengo a sapere che ha un mutuo di 730 mila euro per la loro casa fuori Milano.
Cioè questo ragazzo, dopo tutti quei momenti passati assieme, lui ed io, io e lui, one love, one heart, si è comperato una fedina e ha aperto un mutuo per una casa che non è nemmeno in centro?! E, soprattutto, ha fatto ciò, senza dirmelo?!
E come dice Maccio…”Amanda…c’ho delusione in me!”
Vige la regola che non si fanno cose che danno fastidio agli altri, o meglio non fare agli altri ciò che non vorresti che fosse fatto a te.
Quindi alla scoperta del suo fidanzamento e alla scoperta, ancora più terribile, che la sua ragazza non fossi io, decisi di lasciarlo. La nostra storia finiva lì. Dopo neanche un mese. I nostri fiori sul balcone ancora non erano sbocciati, il telefilm che guardavamo sul letto non era stato ancora terminato, il libro era ancora sul comodino, a metà, le caramelle erano ancora dentro il boccione dell’ufficio, e il cd che mi aveva regalato ancora non l’avevo ascoltato per bene.
Mestamente, a malincuore, gli restituivo tutti i nostri pensieri non pensati, tutti i nostri discorsi non fatti, le sorpresine kinder non montate, le mie scarpe spaiate e i suoi occhiali rossi con le mie e le sue ditate.
Poi un giorno, lo ricontrai. Non mi ero ancora dimenticata di lui e dei suoi occhi profondi. Forse, perché erano passate solo due settimane, forse perché avevo saputo di dover andare via, e che quindi, non l’avrei più comunque rivisto. E allora, ho deciso. Ho deciso che la storia non sarebbe finita lì.
E per deciderlo ho usato un metodo infallibile e scientificamente provato: ho guardato per tre volte l’orario sullo schermo del telefonino. Se i minuti contati sarebbero stati dispari, mi sarei buttata, c’avrei provato, gli avrei parlato. Altrimenti no.
Ho guardato l’ora: 18e23. L’ho riguardato di nuovo 18e25. Un’altra volta: 18e29.
Occhei. Ci provo.
Lo seguii, senza farmi notare. Ero dietro di lui all’ingresso della metro. Vedevo la sua camicia viola davanti a me, vedevo le sue righine bianche  confondersi con il viola dello sfondo. Passò la tessera magnetica, la passai anche io, subito dopo di lui.
Scendemmo le scale. Non si accorse della mia presenza. Ad un tratto gli cadde un auricolare e si fermò sullo scalino, e io passai avanti con il mio passo veloce da nervosa sclerata e vidi le porte della metro che si stavano chiudendo. Iniziai a correre, a correre come una deficiente che vive qui da anni e che se perde la metro è la più grande catastrofe del mondo, che Chernobyl e Fukushima sono le casette dei tre porcellini che cadono giù per caso.
Presi la metro, mi girai e vidi lui,fuori, sul marciapiede, sulla linea gialla, mentre le porte si chiudevano mentre mi regalava un sorriso. Tipo Sliding Doors. Ma io non son figa, non sono bionda, e lui non è moro.
Che amarezza. Non è l’uomo per me, non mi ama, non mi ha mai amato.
Scelsi di nuovo il metodo testato dai medici Agoi. I minuti sono dispari. Scesi a porta Genova,e  aspettai la metro successiva, andando verso i primi vagoni, perché mi ricordo che lui ama viaggiare nei primi vagoni per poi buttarsi sulle scale mobili. Arrivò la metro successiva e io salii con un groppo in gola.
Ma lui non c’era.  Dove sei? Il bambino che porto in grembo è tuo!
Era nell’altro vagone. 
Lo guardai dall’altro vagone. Alzò lo sguardo anche lui e dal doppio vetro, mi vide. Mi sorrise. E io abbassai lo sguardo.
Ma perché abbasso lo sguardo ogni volta?! Ma perché non riesco a dirlo-farlo-baciarlo-lettera o testamento?
Poi lui scese, io mi feci trascinare dall’orda di schizzati che vivono qui e lo persi nel marasma cittadino delle 19.
E finisce così questa storia mai nata, questo turbinio di immagini e di scene che avevano fatto eclissare dalla mia testa tutto il resto, tutte le decisioni da prendere, tutti i pensieri pensati e mai detti, tutti i libri posti troppo in alto nelle librerie delle stazioni, tutti i buoni sentimenti, tutti.
Ma oggi non è ieri. Ho cambiato playlist nell’Ipod, ho lavato i capelli e non li ho asciugati con il phon, ho iniziato un nuovo libro, ho spento i cellulari, regalo sorrisi più grandi,  stasera aprirò la bottiglia di vino che ho comperato una settimana fa e la berrò sul balcone fumando profondamente, cercando le stelle e complimentandomi per il primo “ciao!” che stasera finalmente gli dirò dopo un mese e mezzo dalla prima volta che l’ho notato, nello stesso vagone della stessa metro, senza abbassare lo sguardo.

“Per me non è un problema seguire il corso del destino.
Qualunque sarà il luogo dove mi condurrà, sono sicura che riuscirò a trasformarlo in un bel posto, e continuerò a crearmi dei ricordi.”
 

6/21/2011

1. È la verità. Ma la verità non è sempre ciò che appare.

Oggi nessuna canzone suona bene.
E quando nessuna canzone suona nelle orecchie, il cervello fa un po’ quel che gli pare.
Ti porta in boschi in cui ti perdi e in cui non ti vorresti perdere, un incrocio tra Sleepy Hollow e Big Fish. Dove perdi una scarpa, o perdi una collana, o, se non l’hai già persa, la testa. E quando pensi senza musica è tutta un’altra storia, perché non ci sono le note a riempire gli spazi vuoti, gli interstizi tra il cuore e il cervello. Ma ci sono i ricordi, le ansie, i perché e ma come. Gli o mio dio o i barf, o la bocca che si storce di lato e gli occhi che guardano in alto, o il tuo lento deglutire o il rumore in petto o tutte le altre espressioni per cui ancora non hai trovato un emoticon o un’ onomatopea o una valida spiegazione fatta di lettere e di punteggiature.
Sono solo due mesi, e già sono insoddisfatta.
Sono già due mesi, e io sono solo insoddisfatta.
A poco valgono i vani tentativi di sfogo, le lettere, i messaggi o le buone parole smangiucchiate da una qwerty. Perché anche se parli-scrivi-ragioni a due, solo te sai quello che c’è. E quello che non c’è. Non è così facile espellere. Personalmente, non sono mai stata brava  a uscire allo scoperto alla prima occasione. Nemmeno alla seconda, alla terza, alla quarta… Non sono mai stata uno scout, non so come si esce dal bosco. Non ho la formula magica, non ho una bussola, non so capire da dove tira il vento leccandomi il dito e portandolo in alto, non ho pezzi di pane da sbriciolare e farli cadere dietro di me, non ho il dono di uscirne, di uscire indenne.
Questo è dovuto solamente perché ancora non ho trovato la canzone adatta alla giornata, che  si intoni con il colore del cielo e dei miei occhi, che non stoni con il mio abbigliamento poco consuelenziale e con il mio tuppo che stamane non mi andava di pettinare.
Sarà l’estate. Sarà l’ansia. Sarà il mistero. Sarò il futuro. Sarà la prospettiva. Sarà il pensiero. Sarà il vestito color ottanio. Sarà il Deuteronomio. Sarà Grazia, Graziella e Grazie al c. Sarà l’instabilità. Sarà che mi mancano. Sarà l’implosione. Sarà la recidività. Sarà che me lo porterò sempre dentro. Sarà che mai lo saprà. Sarà che mai nessuno di loro lo saprà  mai. Sarà Milano. Sarà le facce seccate e il cielo plumbeo giorno e notte. Sarà per questo che volo lontano. (cit.)
Sarà che continuo a ripetere come un mantra  che “poi, all’improvviso, non passi più tutto il giorno a pensare, perché sei occupata in cose più importanti.” (cit)
Qualsiasi esse siano. Qualsiasi esse saranno.
E allora attendo quel “all’improvviso”. E intanto sono seduta nel bosco a guardare il cielo. Che qualche nota che si intoni a te prima o poi verrà.