6/23/2011

2. Occhi bassi

L’ho visto un giorno, subito abbassai gli occhi. L’ho rivisto il giorno dopo. L’ho incontrato dopo un po’ e io l’ho guardato di nuovo, senza farmi notare. E poi l’ho rivisto altre volte. Sempre ad occhi bassi, ovvio.
Un tipico caso umano del mio genere.  Aveva tutti i particolari che caratterizzano un “S case human”. Aveva anche lo zaino, manco fossimo ancora all’università! E poi lavorava dove c’è il distributore di caramelle colorate! Cioè… perfetto.
Già mi immaginavo la nostra vita assieme … io che alla pausa andavo a prendere qualche caramella, lui che mi diceva “ciao, cosa hai sognato stanotte?” mentre mangiava le caramelle con me, lasciandomi però quelle viola e quelle gialle, che mi piacciono tanto. Poi a prendere la navetta assieme, lui che mi teneva il posto mentre ascoltava proprio quella canzone , poi si toglieva una cuffietta, mi sorrideva, e una volta che io mi ero seduta, mi abbracciava, ma non troppo, e mi diceva “e stasera da quale finestra ci affacciamo per vedere le luci e il cielo di Milano?”. Qualche birra la sera, le sigarette sul balcone, lui che accennava una canzone che mi faceva sorridere, una passeggiata sulla Darsena, un gelato da Grom, un pomeriggio in libreria, i weekend a vedere qualche mostra, la sera, quando non si voleva uscire, a vedere qualche film o telefilm in streaming e a ridere sul letto con il cuscino tutto per me. I libri da scambiarci, le chiacchiere da non fare necessariamente, i sorrisi ad occhi bassi, le scarpe sotto il letto che non si ritrovano al mattino perennemente in ritardo, gli sfoghi sul collega che proprio non ci piace, gli ovetti kinder con le sorpresine, i musi lunghi senza alcun motivo, l’odore del caffè e i piedi scalzi sul pavimento gelido quando si tornava dal lavoro.
Vabbè sì, ho una mente particolarmente aperta, mi piace immaginare, e spesso lo faccio mentre l’altra persona mi parla o mi sta affianco, tantè che io manco lo cago, e la metro passa con lui dentro, e io rimango a sognare un altro po’.
Tutto questo immaginato nell’arco di 3 minuti, guardando per aria e, subito, abbassando lo sguardo quando passava davanti.
Poi però un giorno noto una cosa. Una cosa che avrei dovuto guardare prima.
È tonda, luccicante e con dei strani ghirigori e si porta al dito. Merda, è fidanzato! E in più vengo a sapere che ha un mutuo di 730 mila euro per la loro casa fuori Milano.
Cioè questo ragazzo, dopo tutti quei momenti passati assieme, lui ed io, io e lui, one love, one heart, si è comperato una fedina e ha aperto un mutuo per una casa che non è nemmeno in centro?! E, soprattutto, ha fatto ciò, senza dirmelo?!
E come dice Maccio…”Amanda…c’ho delusione in me!”
Vige la regola che non si fanno cose che danno fastidio agli altri, o meglio non fare agli altri ciò che non vorresti che fosse fatto a te.
Quindi alla scoperta del suo fidanzamento e alla scoperta, ancora più terribile, che la sua ragazza non fossi io, decisi di lasciarlo. La nostra storia finiva lì. Dopo neanche un mese. I nostri fiori sul balcone ancora non erano sbocciati, il telefilm che guardavamo sul letto non era stato ancora terminato, il libro era ancora sul comodino, a metà, le caramelle erano ancora dentro il boccione dell’ufficio, e il cd che mi aveva regalato ancora non l’avevo ascoltato per bene.
Mestamente, a malincuore, gli restituivo tutti i nostri pensieri non pensati, tutti i nostri discorsi non fatti, le sorpresine kinder non montate, le mie scarpe spaiate e i suoi occhiali rossi con le mie e le sue ditate.
Poi un giorno, lo ricontrai. Non mi ero ancora dimenticata di lui e dei suoi occhi profondi. Forse, perché erano passate solo due settimane, forse perché avevo saputo di dover andare via, e che quindi, non l’avrei più comunque rivisto. E allora, ho deciso. Ho deciso che la storia non sarebbe finita lì.
E per deciderlo ho usato un metodo infallibile e scientificamente provato: ho guardato per tre volte l’orario sullo schermo del telefonino. Se i minuti contati sarebbero stati dispari, mi sarei buttata, c’avrei provato, gli avrei parlato. Altrimenti no.
Ho guardato l’ora: 18e23. L’ho riguardato di nuovo 18e25. Un’altra volta: 18e29.
Occhei. Ci provo.
Lo seguii, senza farmi notare. Ero dietro di lui all’ingresso della metro. Vedevo la sua camicia viola davanti a me, vedevo le sue righine bianche  confondersi con il viola dello sfondo. Passò la tessera magnetica, la passai anche io, subito dopo di lui.
Scendemmo le scale. Non si accorse della mia presenza. Ad un tratto gli cadde un auricolare e si fermò sullo scalino, e io passai avanti con il mio passo veloce da nervosa sclerata e vidi le porte della metro che si stavano chiudendo. Iniziai a correre, a correre come una deficiente che vive qui da anni e che se perde la metro è la più grande catastrofe del mondo, che Chernobyl e Fukushima sono le casette dei tre porcellini che cadono giù per caso.
Presi la metro, mi girai e vidi lui,fuori, sul marciapiede, sulla linea gialla, mentre le porte si chiudevano mentre mi regalava un sorriso. Tipo Sliding Doors. Ma io non son figa, non sono bionda, e lui non è moro.
Che amarezza. Non è l’uomo per me, non mi ama, non mi ha mai amato.
Scelsi di nuovo il metodo testato dai medici Agoi. I minuti sono dispari. Scesi a porta Genova,e  aspettai la metro successiva, andando verso i primi vagoni, perché mi ricordo che lui ama viaggiare nei primi vagoni per poi buttarsi sulle scale mobili. Arrivò la metro successiva e io salii con un groppo in gola.
Ma lui non c’era.  Dove sei? Il bambino che porto in grembo è tuo!
Era nell’altro vagone. 
Lo guardai dall’altro vagone. Alzò lo sguardo anche lui e dal doppio vetro, mi vide. Mi sorrise. E io abbassai lo sguardo.
Ma perché abbasso lo sguardo ogni volta?! Ma perché non riesco a dirlo-farlo-baciarlo-lettera o testamento?
Poi lui scese, io mi feci trascinare dall’orda di schizzati che vivono qui e lo persi nel marasma cittadino delle 19.
E finisce così questa storia mai nata, questo turbinio di immagini e di scene che avevano fatto eclissare dalla mia testa tutto il resto, tutte le decisioni da prendere, tutti i pensieri pensati e mai detti, tutti i libri posti troppo in alto nelle librerie delle stazioni, tutti i buoni sentimenti, tutti.
Ma oggi non è ieri. Ho cambiato playlist nell’Ipod, ho lavato i capelli e non li ho asciugati con il phon, ho iniziato un nuovo libro, ho spento i cellulari, regalo sorrisi più grandi,  stasera aprirò la bottiglia di vino che ho comperato una settimana fa e la berrò sul balcone fumando profondamente, cercando le stelle e complimentandomi per il primo “ciao!” che stasera finalmente gli dirò dopo un mese e mezzo dalla prima volta che l’ho notato, nello stesso vagone della stessa metro, senza abbassare lo sguardo.

“Per me non è un problema seguire il corso del destino.
Qualunque sarà il luogo dove mi condurrà, sono sicura che riuscirò a trasformarlo in un bel posto, e continuerò a crearmi dei ricordi.”
 

6/21/2011

1. È la verità. Ma la verità non è sempre ciò che appare.

Oggi nessuna canzone suona bene.
E quando nessuna canzone suona nelle orecchie, il cervello fa un po’ quel che gli pare.
Ti porta in boschi in cui ti perdi e in cui non ti vorresti perdere, un incrocio tra Sleepy Hollow e Big Fish. Dove perdi una scarpa, o perdi una collana, o, se non l’hai già persa, la testa. E quando pensi senza musica è tutta un’altra storia, perché non ci sono le note a riempire gli spazi vuoti, gli interstizi tra il cuore e il cervello. Ma ci sono i ricordi, le ansie, i perché e ma come. Gli o mio dio o i barf, o la bocca che si storce di lato e gli occhi che guardano in alto, o il tuo lento deglutire o il rumore in petto o tutte le altre espressioni per cui ancora non hai trovato un emoticon o un’ onomatopea o una valida spiegazione fatta di lettere e di punteggiature.
Sono solo due mesi, e già sono insoddisfatta.
Sono già due mesi, e io sono solo insoddisfatta.
A poco valgono i vani tentativi di sfogo, le lettere, i messaggi o le buone parole smangiucchiate da una qwerty. Perché anche se parli-scrivi-ragioni a due, solo te sai quello che c’è. E quello che non c’è. Non è così facile espellere. Personalmente, non sono mai stata brava  a uscire allo scoperto alla prima occasione. Nemmeno alla seconda, alla terza, alla quarta… Non sono mai stata uno scout, non so come si esce dal bosco. Non ho la formula magica, non ho una bussola, non so capire da dove tira il vento leccandomi il dito e portandolo in alto, non ho pezzi di pane da sbriciolare e farli cadere dietro di me, non ho il dono di uscirne, di uscire indenne.
Questo è dovuto solamente perché ancora non ho trovato la canzone adatta alla giornata, che  si intoni con il colore del cielo e dei miei occhi, che non stoni con il mio abbigliamento poco consuelenziale e con il mio tuppo che stamane non mi andava di pettinare.
Sarà l’estate. Sarà l’ansia. Sarà il mistero. Sarò il futuro. Sarà la prospettiva. Sarà il pensiero. Sarà il vestito color ottanio. Sarà il Deuteronomio. Sarà Grazia, Graziella e Grazie al c. Sarà l’instabilità. Sarà che mi mancano. Sarà l’implosione. Sarà la recidività. Sarà che me lo porterò sempre dentro. Sarà che mai lo saprà. Sarà che mai nessuno di loro lo saprà  mai. Sarà Milano. Sarà le facce seccate e il cielo plumbeo giorno e notte. Sarà per questo che volo lontano. (cit.)
Sarà che continuo a ripetere come un mantra  che “poi, all’improvviso, non passi più tutto il giorno a pensare, perché sei occupata in cose più importanti.” (cit)
Qualsiasi esse siano. Qualsiasi esse saranno.
E allora attendo quel “all’improvviso”. E intanto sono seduta nel bosco a guardare il cielo. Che qualche nota che si intoni a te prima o poi verrà.