7/30/2011

9. Io sono come l'uva

Cerco di ripercorrere tutti quei momenti, tutte quelle sensazioni, tutti gli odori e i suoni di quella serata.

Nel grande parco del festival c’erano tantissime persone, e lei ed io camminavamo dritte, un po’ impaurite da quella folla chiassosa e raggiante, meno certe del nostro passo, convinte del nostro essere fragile ma forti assieme. Non ti avevo voluto chiamare. Una punta di orgoglio, un pizzico di self control, un ramo di voglia che fossi te a chiamarmi per invitarmi al grande spettacolo di luci e di suoni. Ma non ti eri fatto sentire, e io ero uscita lo stesso, con una piccola ammaccatura nel cuore.
Involontariamente ti cercavo, ti bramavo che fossi qui vicino a me, che potessi vedere i tuoi occhi profondi, il tuo naso che cercava il mio profumo, le mani nervose che cercavano una collocazione nel discorso.

Poi ci ritrovammo di fianco al palco, abbracciati. Io con le spalle sul tendone,e te che mi guardavi dritto negli occhi senza dire una parola, cercando di prendermi il più possibile. Io con gli occhi bassi, non riuscivo a reggere il tuo sguardo, non volevo farmi vedere, già quella morsa con cui mi stringevi era troppo intima. E mentre ti sorridevo chiedendoti che c’è, te apristi la tua bocca e prendesti la mia. Nessun movimento. Nessun sbalzo. Nessun muscolo che si contrasse. Io non mi mossi, te nemmeno. Con gli occhi chiusi, rimanemmo così, con le orecchie ormai sorde della musica, dimentichi del mondo che intorno girava incurante, dimentichi della mia amica sul verde a vedere un barbuto che cantava in modo goffo, cercando di riesumare la sua giovinezza ormai persa.
La tua maglia nera a maniche corte si intonava perfettamente con il mio cardigan, il mio vestito avviluppava il mio ma anche il tuo corpo, il respiro era all’unisono, le nostra mani non si toccavano e le nostre spalle erano vicine senza contatto.
Nessuno dei due si continuò a muovere. Nessuno dei due si allontanò. Ma rimanemmo così, estasiati e convinti che in quel momento ci fossimo solo noi. E che tutto il resto facesse il tifo per noi.

Poi mi spostai, te riprendesti a guardare dritto, e senza dire una parola mi prendesti la mano sinistra e iniziammo a correre verso la collinetta che divideva il parco in due emisferi. Arrivati alla salita, mi riabbracciasti come tuo solito, con le tue mani che si intrecciavano per stringermi senza farmi scappare. E lì, sorridesti.
Con i tuoi larghi denti bianchi, ancora non segnati dall’età, dal fumo e dai caffè. E lì, mi dicesti.

“Sono come l’uva per te.”

Il sorriso mi scomparve.
“Io sono l’uva, tu la volpe. Te non vorresti essere la volpe, te non vorresti che io fossi l’uva, ma è così.
È inutile nasconderlo. è inutile nascondertelo. Dillo, gridalo pure. Io vorrei essere la tua uva, io vorrei che te fossi la mia uva, ma il tempo è sbagliato, le occasioni sono state perse, non hai saputo essere furba, mi hai regalato momenti in ore sbagliate, mi hai offerto te stessa, quando io non sapevo cosa volevo.
E il tempo porta via tutto. Con un soffio di vento, con il ticchettio, con i nostri respiri all’unisono, con i nostri occhi che si cercano, ma lo fanno in momenti diversi.
Ti guardavo, quando te non mi guardavi. Ti cercavo quando non c’eri. Ti ho voluto ma non te l’ho detto.”

Il sorriso si spense nelle nostre bocche. E mi ricordai della mia amica, lasciata sola.
Senza nemmeno guardarti, mi sono allontanata e ti ho detto “è ora di tornare a casa”.

E così come eri apparso, sei svanito nel buio e nelle luci del concerto, nel verde gracchiante dell’erba, nel rumore delle stelle che osservavano la scena e che, sbuffando, scomparvero dal mio sogno.
Quel bacio rimarrà in me, forse non in te. Il sorriso è stato sincero, il mio non replicare altrettanto.
Ma il tempo è stato contrario.
O semplicemente io non ho preso bene i tempi, e mi sono svegliata troppo tardi dal sonno leggero del venerdì sera.

Sarà che forse sei veramente come l'uva per me. 
Ma l'uva non mi piace così tanto, in realtà.

7/24/2011

8. Era una notte buia e tempestosa...

Era una notte buia e tempestosa…

E la macchina andava dritta e sicura nella tempesta del nord portando con sé un peso che nemmeno sapeva che potesse esistere.
La bambina con i grandi occhiali neri prese il suo quaderno di cartone e la penna, e decise che avrebbe scritto una lettera. Una lettera in cui avrebbe parlato del peso che affliggeva quella macchina. Una lettera in cui avrebbe fatto luce sui suoi pensieri, prima di quelli degli altri.
La bimba pensava veramente che le cose se dette ad alta voce potessero prendere forma e più volte aveva tentato di farlo, ma invano.

Non aveva abbastanza fiato per urlare al cielo il fuliggine dell’anima;
non aveva allenamento per prendere la rincorsa e tirare dritto per la strada dei suoi pensieri;
non aveva lo slancio da gamba lunga per saltare l’ostacolo della consapevolezza.
Il pubblico suo amico sperava che la bimba dai capelli scuri si muovesse nell’arena della vita e che, finalmente corresse. Lo sparo del via era stato già scoppiato su verso l' alto.

Ma lei era ancora lì.
La sua voce era muta.
Le scarpe nuove e bianche, rotte solo per il suo strano modo di mettere i piedi dondolanti verso l’esterno.
I suoi pensieri erano tutti accumulati sotto quel cespuglio dalla frangia lunga.

La paura di non essere all’altezza la bloccava lì.
L’aria che veniva mossa dagli altri atleti le muoveva di tanto in tanto i capelli, le accarezzava il collo e la pelle delle braccia.
Sentiva la musica delle parole che le riempivano le orecchie.
Sentiva le storie, i cuscinetti delle scarpe altrui, il muoversi, le chiacchiere, i dubbi, le indecisioni degli altri che volavano via dalle lore bocche, e che si andavano a depositare in lei fino alle sue doppie punte.

La ragazzina con i capelli lunghi aveva veramente accumulato troppo. E aveva troppo dentro per poterlo dire, per poterlo scrivere, troppo ancora da immaginare.
Le ammissioni da fare anche a se stessa erano innumerevoli e grevi.

Preferiva che fosse la macchina nera a portare con sé il peso.
Preferì non dire nulla, rimanere ancora lì sulla linea della partenza, senza provocare alcuno spostamento d’aria.

“Che ci pensassero gli altri a muovere l’aria mentre ascoltano la musica! Prima o poi mi muoverò anche io a tempo della mia musica.”
Ma quando non si sa. Quando l’avrebbe sentito dentro, quando le gambe avrebbero avuto la forza di reagire a tutto. Allora lei avrebbe assecondato il movimento, avrebbe mosso l’aria, al tempo delle sue sette notte, per non dare di nuovo la colpa a se stessa di essere stata fuori tempo e di aver chiesto troppo.

E la notte rimase buia e tempestosa, almeno dentro i suoi occhi verdi.

7/18/2011

7. Forza Panino!

Puoi anche non prendermi il panino, far finta di aver dimenticato proprio il mio panino alla bresaola e rucola, proprio oggi che siamo pieni di lavoro. Puoi anche avere l’accortezza di non dire “ora te lo vado a prendere” e mangiarti il tuo schifoso panino alla mortadella e la tua odiosa coca cola normale davanti a me, mentre io continuo a lavorare, a fare cose anche per te, mentre te canti le tue canzoni stupide e senza senso in un inglese degno nemmeno di un bimbo di quattro anni. Fai quello che ti pare.

La mia settimana della positività, del sorriso e del “dai dai dai” non me la rovini.

E non ti meravigliare se adesso ti rispondo male, o meglio, se ti rispondo ma non ti guardo in faccia.

Perché te manco ti meriti un briciolo della mia voglia di vivere.

E puoi continuare a lamentarti della tua vita lontano da casa.
Tu che hai passato gli ultimi 25 anni della tua vita a casa, con mamma e papà, a pranzare a sbafo dei tuoi, senza mai cucinare un piatto di pasta, senza mai pagare una bolletta, senza mai andare a prenderti una birra seduto in piazza. Lamentati che questa città è troppo grande, che ci sono troppe persone, che la metro è afosa e non trovi mai posto a sedere. Continua a ignorare il tuo problema di fiatella, il tuo alito che si sente nonostante io abbia cambiato il mio posto nell’openspace.

Te non mi prendi il panino? E io non mangio.
Perché tanto sono ancora sazia del panino con le melanzane e del pollo di sabato sera.

Parlami pure. Ma a vanvera.
Perché sono ancora piena e felice delle parole dei miei amici e di chi almeno mi rispetta.
Vuoi la competizione?

Io non te la do.
Non sono così meschina e arrogante.
Non sono venuta fin qui per far carriera o per mettermi in luce. Hai sbagliato persona.

Io il panino me lo faccio da sola, e la coca cola la prendo zero. E mi lavo i denti anche al lavoro.

E te sei un poverino che della vita ha capito meno di me.
Quindi un cazzo.

7/12/2011

6. Si capisce che il motivo sei stato tu che me lo chiedi

Sono tre mesi.
Tu l’avresti detto?
L’avresti detto che ad ogni mese, ricordo che sono passati altri 30 giorni?

Ricordo il ritardo, ricordo il tempo, ricordo la distanza.

Un giorno, al liceo, tu, il mio migliore amico, dicesti che ero cambiata, che si notava che ero cresciuta, che ero maturata. Avevo preso consapevolezza dei miei pensieri, sapevo quello che volevo fare, avevo capito cosa mi piaceva, cosa no, prendevo la parola se l’argomento mi interessava, mi informavo non tanto per, e avevo imparato a capire, ad ascoltare e rispondevo in modo non più infantile, ma serio e composto.

Io non me ne ero resa conto.
Te sì.

Mi dicesti che mi avevi osservato da sempre, fin dal nostro primo girotondo all’asilo, quando andavo in giro con la tuta rosa e gli scarponcini comodi. Poi c’eravamo persi, eravamo cresciuti, ma il primo giorno del nostro ritrovarsi mi avevi riconosciuto, anche se non avevo una tuta rosa e non indossavo scarponcini.
Da lì non ci siamo più lasciati. Da lì hai iniziato a starmi vicino, a capirmi, a esserci sempre, fino a quando di petto non mi hai detto che ero cambiata. Una nuova amica. Che ti piaceva tanto, ma che ti faceva un po’ paura. Perché avevi capito che non sarebbe stato più semplice come prima, che il mio crescere e il tuo crescere non sarebbero stati più così compatibili come prima. E avevi capito, prima di tutti, che dopo quella frase non sarebbe stato più come prima.

E fu così.

Non passò tanto tempo al nostro distacco. Al mio distacco.

La consapevolezza di voler cambiare radicalmente, di più di quello che era già avvenuto, a te non andava bene.

Non volevi rinunciare alla tua vecchia amica. Non ne volevi una nuova e lontana.

Lontana perché avevo capito di voler scappare da quel paese, da quei pochi metri quadri pieni di poster, di libri e di cd che era la mia stanza, lontana dalle serate passate sul divano a parlare di noi, del futuro, del modo diametralmente opposto di vedere le cose, dei programmi trash che guardavi te, delle serate al molo che passavo a fumare io.

Nuova perché mi ero guardata dentro, e mi era piaciuto quello che avevo visto.

La consapevolezza di sapere ciò però non mi aiutò. Il mio essere più matura portò al declino della nostra amicizia.

E mi ricordo quella sera in piazza, sui scalini, io a bere la birra, e te a rimproverarmi, a dirmi che l’avresti detto a mia madre. È l’ultimo bel ricordo della nostra amicizia, del nostro affetto, del nostro amarci.
Il libro di Bukowski che tirasti fuori all’improvviso, con quella dedica che segnava l’inizio di una nuova vita. Non aprii la busta davanti a te e te non insistetti, perché sapevi quanto mi dava fastidio aprire i regali davanti a chi me lo ha dato. Andasti dal cane a dargli da bere. E non ti girasti più.
Mi riaccompagnasti a casa, e io non dissi nulla.

Avrei potuto salvare il mondo, il nostro mondo, con una semplice frase.

Ma non lo feci.

Perché ti avevo già buttato fuori dal mio cerchio.

Non ci guardammo nemmeno in faccia.

Sospirai, aprii la portiera della gip mentre suonavano i Dream Theater e non ci siamo più parlati, da allora.

Pensavo che non sarebbe più successo. Perché pensavo che fosse tutto collegato al fatto che sapevo che la mia vita non era lì.
E che volevo andare via.

Una sicurezza così forte non l’ho più provata.

Un dolore così grande, purtroppo sì.

Mi manca quella mia sicurezza.

Mi mancano quelle fondamenta che sono cresciute e che si erano amalgamate con il mio modo di vivere.

Ti ho odiato quando mi mandasti quella mail piena di parole rancorose, quando mi dicesti di aver buttato le nostre lettere e le nostre foto. Io tenni tutto. E lo tengo ancora.
Nascosto, nascostissimo.
Ma c’è sempre stato.
Sì, se ti lascio ti cancello. Sono proprio io.
Ma dopo tempo, dopo un inguaribile quantità di tempo.

E ora mi ritrovo con una nuova vita e senza alcuna consapevolezza.
Ho solo quella consapevolezza che quel giorno non divenni così matura come dicesti.
Semplicemente.

E non sopporto di stare qui. E di non avere qualcuno che mi parli della mia vecchia vita. Di come ero prima.

Ma non si fa.
Non si parla del passato.
Non si chiede quanti ex hai avuto.
Non si chiede fino a che età hai bagnato il letto.
Non si chiede cosa hai fatto quella sera.
Non si chiede come stai.

Le parole forse mi sono finite allora.
Con il mio amico per 15 anni.
Forse se le è portate via lui, e non le riavrò mai più.

7/08/2011

5. ..anche se fosse uno solo, sia pur piccolissimo, non più grosso di un pollice, sarei già contenta; e gli vorrei un gran bene...

Ti parlerei del sole che lentamente scende ogni sera davanti la finestra.
T i parlerei di quando la mattina dopo sale su in alto e illumina i vetri della stanza.
Ti parlerei delle grida dei lavoratori del lunedì che ti ricordano dove sei.
Ti parlerei del silenzio inquietante che ti amplifica quando si scende le scale grigie della metro.
Ti parlerei dell’odore che assale le narici da poco sveglie, appena si entra nel ferro sporco e pieno di respiri nervosi.
T i parlerei dell’equilibrio instabile per non sporcarsi le mani, per non cadere, per resistere.
Ti parlerei del vento che ti graffia la gola e la faccia.
Ti parlerei dei passi veloci e ritmati che ti violentano gli occhi, il corpo e l’anima.
Ti parlerei della luce riflessa da quei specchi, lì ad osservarti ogni volta che passi davanti.
Ti parlerei dell’odio irrazionale pedone-macchina, macchina-pedone e dei colori della pubblicità che si godono lo spettacolo mentre osservano incuranti l’asfalto.
Ti parlerei della polvere che ti fa abbassare lo sguardo.
Ti parlerei di quelle facce scure, di quelle casacche sgargianti che ti fanno camminare con passi piccoli e successivi su quel pavimento scivoloso del mattino.
Ti parlerei della musica che si spegne, della mano che cerca, del blu che ti avvolge e della presa di coscienza che ti avvinghia.
Ti parlerei del rumore elettronico, di quello metallico, di quello muto, di accordo e di consenso, che ti squadra impassivo .
Ti parlerei di quell’arancione, di quel rosso e di quel giallo che non ti fa sentire a casa.
Ti parlerei di quelle righe inamidate, di quel bianco innaturale, di quella lucentezza necessaria, di quel fumo grigio che esce dalle narici, di quei gesti nervosi e abitudinari.
Ti parlerei di quei amori che nascono e crescono affianco a te e ti fanno sentire sicura e beata.
Ti parlerei delle parole di routine, di quelle inglesi, di quelle francesi, delle capability, della specializzazione, del cv, delle job experience che ti deturpano l’innocenza.
Ti parlerei delle cadenze e degli accenti con cui quelle parole ti fluttuano attorno.
Ti parlerei della noncuranza altrui.
Ti parlerei degli sguardi che lanciano le ragazze ai ragazzi, del bene che ci si può scambiare dopo qualche giorno di conoscenza, della furtività degli incontri, degli occhi che non si staccano.
Ti parlerei dell’ esperienza e dell’ essere provocanti, dell’ essere timida, impacciata, delle scarpe che calpestano i quadrati, del sorriso che uccide l’altro sorriso,  del miao che significa ciao.
Ti parlerei del tempo che non passa senza.
Ti parlerei del tempo che non basta mai.
Ti parlerei delle 18 che non arrivano.
Ti parlerei delle 23 che arrivano sempre troppo presto.
Ti parlerei ancora di quei rumori, di quegli odori, di quei gesti meccanici, di quella routine fatta di piedi e di gambe che si muovono all’unisono e che ti fanno loro.
Ti parlerei degli occhi tristi, degli sguardi assenti, del buio che scorre di fianco a te, delle fermate obbligatorie, dei colori che non si riflettono in viso, ma che rimangono fermi nella loro posizione e non regalano emozioni.
Ti parlerei della faccia impassibile quando gli occhi si muovono da destra a sinistra e quando il dito con aria placida scorre lungo il bordo tagliente di una nuova storia.
Ti parlerei dell’automatismo con cui sali, tocchi, annusi, respiri, assaggi, sfiori, fai tua questa vita, che non sai se vuoi.
Ti parlerei di quella finestra sempre aperta e sempre luminosa, di quella statua di sale che ti è accanto e che lì rimane, nonostante tutto.
Ti parlerei della moquette su cui si striscia obbligatoriamente costringendo il tuo corpo a posizioni innaturali, dolorose, pur di far piacere, pur di far prima.
Ti parlerei del blu che ti lascia per far posto al nero, al grigio, al verde, a seconda delle disponibilità, della volontà, del tempo, di te.
Ti parlerei dello scorrere dell’acqua per pulirti, per riprenderti, per sentirti di nuovo, per scacciare via demoni e dubbi.
Ti parlerei della luce che si spegne, del rosa che riflette sul verde,  del caldo delle lenzuola, del poco spazio che lascio, del lato in cui sto, lontano da ogni presenza e da ogni assenza.

Ti parlerei se solo ti conoscessi, se solo sapessi il tuo nome, se sapessi il colore dei tuoi occhi, il riflesso che fa il sole sui tuoi capelli, la lunghezza delle tue unghie, come ridi, se inclini la testa quando sorridi, se prendi il volo quando sogni. 
Se solo sapessi chi tu sia, se ci sei da qualche parte, se solo sapessi che ti voglio parlare.

7/04/2011

4. Come te...ci sei solo tu

Per tanto ho pensato che senza Bologna, io non potessi essere niente. Mi mancava la sua aria quando uscivo dal portone, mi mancavano i suoi portici che ti coprono dalla pioggia ma anche dal sole, mi mancavano quegli scorci che riesci a rubare mentre un portone si chiude, facendo brillare negli occhi il giardino nel cortile del palazzo dai toni caldi, mi mancavano le strisce pedonali da attraversare puntualmente all'uscita della stazione prima di andare a imbattersi nel casino di via Indipendenza, mi mancavano quegli alberi verdi sui viali, mi mancava la vista delle torri e quel sentirmi piccola quando arrivavo sotto di loro, mi mancava la sensazione di grazia e di apertura che raggiungevo ogni volta che arrivavo in una sua magnifica piazza, mi mancava il gelato alla banana ricoperto di cioccolato, mi mancava l'aria che ti passa dentro e che ti scompiglia i capelli al centro di piazza Maggiore, mi mancavano le strade sporche di via Zamboni, i suoi gradini e i suoi pr con i loro immancabili 2x1, mi mancava camminare da sola, con la musica nelle orecchie e gli occhi all'insù per vedere le case con le tende rosse sporche, mi mancava la spritz di Maurizio, mi mancava l'Ichnusa, la Bud, l'Heineken del pakistano, mi mancava la birra artigianale di quel posto in via Mascarella con quei vasetti con i fiori secchi, mi mancava la mia voglia di cambiare, mi mancava il mio nascondermi quando incontravo qualcuno che non volevo vedere, mi mancavano i sassolini di via del Pratello, mi mancava passare davanti  un cinema e fermarmi a vedere le locandine dei film, mi mancava il Lumiere e il mio sentirmi umanista ogni volta che entravo, mi mancavano le colazioni nel mio bar preferito, mi mancava perfino il nero che ti chiede lo spiccio e il 35 perennemente in ritardo.

Ho pianto
in treno, davanti ad uno sconosciuto, che non sapeva cosa fare e a cui ho finito i fazzoletti.
Avevo in mente di scrivere lettere e ringraziamenti, ma sono rimaste solo bozze sul mio Orson.

Forse non si può capire se un quadro ci piace o no, a meno che, come nel mio caso, non capiti di non vederlo per molto tempo.”

Sono scesa tante volte a Bologna.
Il sorriso si spalancava appena vedevo SanLuca e rimaneva anche quando alzavo gli occhi per vedere la galleria della stazione di Milano. Rimanevo beata fino al mattino dopo.

Poi ho capito che per stare meglio, forse, dovevo iniziare a vivere Milano, e per farlo, dovevo rimpicciolire lo spazio nel mio cuore dedicato a Bologna.
E ho osato pensare di non scendere più, per  motivazioni che ritenevo melodrammatiche ma reali.
Non potevo continuare a fare confronti, non potevo continuare a osservare le pareti verdi della stanza e a ricordarmi tutte le scritte fatte in bagno nei momenti più impensati, tutti gli sguardi dati al giardino, tutte le risate fatte in compagnia.
Perché al di là della città e delle sensazioni, mi mancavano le persone.

Mi mancava terribilmente la ragazza che "ma tu ti tingi? ma dove?", mi mancavano le birre prese con lei e le chiacchierate sul tutto e sul niente, mi mancava il suo essere in ritardo perché si doveva lavare i denti e la sua coperta zebrata; mi mancava quell'altra disordinata a livelli indecenti, il suo tabacco in giro, il suo addormentarsi senza raccontarmi una storia e i suoi caffè la mattina a letto; mi mancavano i rimproveri dell'altra perché non mi facevo mai sentire e poi quando la chiamavo mi rispondeva sorpresa "oh", il suo frisbee e i suoi orari opposti dal mio; mi mancava il mio amico che usciva per primo dall'università, che anche se si lavorava in gruppo, lui andava avanti da solo, mi mancavano le sue e-mail con i dubbi esistenziali, e i suoi racconti spirituali; mi mancava la bionda perennemente in ritardo, perennemente con i tacchi, e perennemente con un'idea che aveva pensato e che mi incuteva terrore appena esclamava il mio nome per intero; mi mancava il ragazzo che con me sparava sulla croce rossa e mi faceva ridere ogni minuto; mi mancava quel ragazzo standard, che tanto standard non era, che si impegnava in tutto ciò che faceva  e con cui mi piaceva tanto parlare, perché mi faceva stare bene, e il suo esserci, sempre, anche dopo un soprannome; mi mancavano i rimproveri della bolognese per il mio starmi sempre zitta e per i suoi consigli sulla vita; mi mancava la pacatezza, l’eleganza, l’ essere sempre in macchina, l’ arrivo in convitto prima delle ripetizioni del gigante; mi mancava il mio sentirmi chiamare Gaga in continuazione, il biliardino e chi battevo al biliardino, mi mancavano le lamentele di quella ragazza che mi dava sempre della pessima perché dimenticavo di fare ciò che avevo promesso; mi mancava la riccia che voleva sempre darmi baci e abbracciarmi, che mi diceva ti voglio bene e indietro riceveva solo un sorriso e si arrabbiava; mi mancava la bionda ormai lontana e la mora distante; mi mancava perfino la barista dell'università e il sapere che mai più l'avrei rivista.
E dire che, in genere, io non sono una persona romantica.
Ma per non ricredermi, ho pensato che sarebbe stato necessario accantonare, non reggere i miei pensieri pesanti, spostarli un po’ più in là, come ho sempre fatto. Ho pensato che, dire che per me era indifferente avrebbe risolto tutto, avrei fatto come l’ultima volta, avrei dato la colpa ad altro senza prendere la responsabilità della decisione.
Senza lottare, senza dire la mia, avrei fatto il mio solito gioco, perdendo di nuovo una possibilità di essere felice e di stare bene, e di stare vicino a chi voglio.
In realtà tutto quello che ho fatto, l’ho fatto senza pensare, è stato naturale comportarmi così. O almeno credo.
Fatto sta che stamane c’ho pensato. L’ho pensato mentre guardavo il muro arancione di un ufficio non mio.
Ho pensato che io ci voglio tornare giù.
Ho pensato che per me non è indifferente.
Ho pensato che la motivazione non è quella che ritenevo.
Io voglio tornare per tutti, per l’aria, per l’equilibrio, per lo spritz, per te, per me.
Starò qui fino a quando devo, prenderò tutto quello che posso prendere, farò mio tutto quello che posso, mi divertirò, non farò la musona troppo a lungo, o l’acida come mio solito -ahahah non è vero, lo farò, perché lo sono-. Non dormirò su altre coperte zebrate, non darò soprannomi, non mi lamenterò, non darò nomi alle cose,  sorriderò sempre, giocherò comunque a biliardino,  troverò  persone con i miei stessi gusti, mi innamorerò comunque in continuazione, penserò a tutti, manderò messaggi fino a quando avrò credito,  mi spaccherò la spalla con il dell, lavorerò, perché lo voglio, terrò i tuoi occhi nella tasca interna del giubbotto.
 Poi appena posso tornerò, tornerò da me.

7/03/2011

3.[...]ho sognato di te come si sogna della rosa e del vento

Faccio finta di dormire. Chiudo gli occhi, sperando di fare un bel sogno. Uno di quelli che ti fanno svegliare  con un bel sorriso sulle labbra. È per questo che non si deve andare a dormire subito dopo mangiato, altrimenti ti svegli non con il sorriso ma con una sensazione di umido sulla bocca.
Che tanto sensazione non è.

Quando ero piccola, c’è stato un periodo in cui non riuscivo più a dormire.
Mia madre mi metteva a letto alle 9e30 e io restavo vigile fino alle 7, quando veniva a chiamarmi per andare a scuola.
Le prime due notti, ricordo, che non mi lamentai, ritenevo che fosse solo una mia suggestione. Poi mi accorsi che non era così. Non dormivo proprio. Non riuscivo. Chiesi a mia madre cosa fare e lei mi rispose che per potermi addormentare avrei dovuto pensare a qualcosa di bello.

Da poche settimane era morta mia nonna, la nonna dai capelli neri neri che non mi avevano fatto più vedere, perché stava male. La nonna che aveva sempre gli occhi chiusi nelle foto ma le labbra spalancate in un sorriso sereno e tranquillo. La nonna che abitava su quella salita ripida di Chieti, dove puntualmente si incontrava il filobus, come la chiamava lei,  e dove mio padre doveva tenere la mano pronta sul freno a mano, mentre mia madre osservava dal finestrino il panorama abruzzese e ricordava di quella volta che…
La nonna che mi pettinava i capelli, che mi lavava da cima a fondo, la nonna con la casa a piano terra e il giardino fuori in cui giocare, la nonna sempre piena di nipoti che facevano a gara per stare in braccio a lei, per farsi fare le coccole, e per stare vicino a lei quando si mangiava- inutile dire che io a quelle gare non partecipavo mai, il mio senso di competizione non si è mai presentato, nemmeno da bimba-.

Morì il giorno della vigilia di Natale. Mentre tutti i bambini aspettavano l’arrivo di Babbo Natale, io ero in cucina, con l’altra nonna, a colorare farfalle e fiori, quando squillò il telefono verde e mia nonna venne a dirmi che l’altra nonna se ne era andata. Mi ricordo che non piansi. Non pianse nessuno davanti a me. Nemmeno mio padre. Non pianse nessuno, e furono così bravi che io riuscii a capire cosa era realmente accaduto solo quando tornai nel mio paesino marchigiano.

E da lì in poi non riuscii più a dormire.

Fino a quando non mi fu svelato il segreto.

“pensare a qualcosa di bello”

E da lì iniziarono i miei fantastici viaggi. All’inizio si trattava di riavere indietro la nonna, o di volare su un minipony rosa e azzurro, di essere un power ranger, di vivere per sempre con mamma e papà, di non dover veder partire mio fratello per l’università, di farmi la mia prima tinta color arancione, di baciare il rappresentate d’istituto, di diventare poliglotta, di avere una storia con il cantante del momento.

Successe la stessa cosa anche quando diventai più grande.
Quando a lasciarmi fu la nonna dai capelli lunghi e grigi e dai piccoli occhi marroni sempre sorridenti.  La nonna che mi dava i panini con la mortadella di nascosto da mamma, la nonna che faceva la patate piene di olio, che piangeva quando arrivavo e quando andavo via, che mi passava i soldi di mano in mano dicendo di non dire niente a mamma. La nonna che mi teneva ore al telefono e che se ne voleva andare via per non stare più male. Successe tutto nello stesso identico modo. Solo che quando lo seppi, non ero con nessun’altra nonna a colorare farfalle e fiori. E allora piansi così tanto, che le lacrime fecero reazione con le lenti a contatto, e gli occhi mi si schiarirono.
E anche lì per riprendere a dormire, iniziai a “pensare a qualcosa di bello.”

Tutt’ora penso a cose belle prima di addormentarmi. Penso a prima. A quando era tutto più facile e più bello. A cosa avrei potuto fare. Dire. Abbracciare. Stringere più forte a me.
Faccio finta di dormire allora. Abbasso le palpebre con la testa girata di lato sul cuscino. Sprofondo su qualche nuvola nel cielo del mondo, lontana e alta. Dimentico la giornata. Dimentico le persone. Dimentico i ricordi. Dimentico la morsa al cuore al pensiero.
Dimentico tutto.
Non voglio ricordare.
Non si può vivere di ricordi. Non si può sopravvivere.

Sdraiata sul letto rosso o su questo divano bianco, posso far finta di dormire, posso far finta di non essere qui, ma di essere altrove, di perdermi dove il mio sorriso viene ricambiato da quegli occhi chiusi in foto e da quella bocca sempre tesa in un sorriso confortante o da quei piccoli occhi marroni e da quella fossetta sotto il collo.
La paura va via, va fuori da qui. I brutti pensieri non ci sono più. Le paure, le ansie sul domani, i file excel, i ricordi dei dolci e dei panini mega imbottiti non ci sono più. Ma ci siamo solo noi. E allora chiudo gli occhi veramente, respiro l’aria buona dei piani alti e so che per me è fondamentale “pensare a qualcosa di bello”.