Cerco di ripercorrere tutti quei momenti, tutte quelle sensazioni, tutti gli odori e i suoni di quella serata.
Nel grande parco del festival c’erano tantissime persone, e lei ed io camminavamo dritte, un po’ impaurite da quella folla chiassosa e raggiante, meno certe del nostro passo, convinte del nostro essere fragile ma forti assieme. Non ti avevo voluto chiamare. Una punta di orgoglio, un pizzico di self control, un ramo di voglia che fossi te a chiamarmi per invitarmi al grande spettacolo di luci e di suoni. Ma non ti eri fatto sentire, e io ero uscita lo stesso, con una piccola ammaccatura nel cuore.
Involontariamente ti cercavo, ti bramavo che fossi qui vicino a me, che potessi vedere i tuoi occhi profondi, il tuo naso che cercava il mio profumo, le mani nervose che cercavano una collocazione nel discorso.
Poi ci ritrovammo di fianco al palco, abbracciati. Io con le spalle sul tendone,e te che mi guardavi dritto negli occhi senza dire una parola, cercando di prendermi il più possibile. Io con gli occhi bassi, non riuscivo a reggere il tuo sguardo, non volevo farmi vedere, già quella morsa con cui mi stringevi era troppo intima. E mentre ti sorridevo chiedendoti che c’è, te apristi la tua bocca e prendesti la mia. Nessun movimento. Nessun sbalzo. Nessun muscolo che si contrasse. Io non mi mossi, te nemmeno. Con gli occhi chiusi, rimanemmo così, con le orecchie ormai sorde della musica, dimentichi del mondo che intorno girava incurante, dimentichi della mia amica sul verde a vedere un barbuto che cantava in modo goffo, cercando di riesumare la sua giovinezza ormai persa.
La tua maglia nera a maniche corte si intonava perfettamente con il mio cardigan, il mio vestito avviluppava il mio ma anche il tuo corpo, il respiro era all’unisono, le nostra mani non si toccavano e le nostre spalle erano vicine senza contatto.
Nessuno dei due si continuò a muovere. Nessuno dei due si allontanò. Ma rimanemmo così, estasiati e convinti che in quel momento ci fossimo solo noi. E che tutto il resto facesse il tifo per noi.
Poi mi spostai, te riprendesti a guardare dritto, e senza dire una parola mi prendesti la mano sinistra e iniziammo a correre verso la collinetta che divideva il parco in due emisferi. Arrivati alla salita, mi riabbracciasti come tuo solito, con le tue mani che si intrecciavano per stringermi senza farmi scappare. E lì, sorridesti.
Con i tuoi larghi denti bianchi, ancora non segnati dall’età, dal fumo e dai caffè. E lì, mi dicesti.
“Sono come l’uva per te.”
Il sorriso mi scomparve.
“Io sono l’uva, tu la volpe. Te non vorresti essere la volpe, te non vorresti che io fossi l’uva, ma è così.
È inutile nasconderlo. è inutile nascondertelo. Dillo, gridalo pure. Io vorrei essere la tua uva, io vorrei che te fossi la mia uva, ma il tempo è sbagliato, le occasioni sono state perse, non hai saputo essere furba, mi hai regalato momenti in ore sbagliate, mi hai offerto te stessa, quando io non sapevo cosa volevo.
E il tempo porta via tutto. Con un soffio di vento, con il ticchettio, con i nostri respiri all’unisono, con i nostri occhi che si cercano, ma lo fanno in momenti diversi.
Ti guardavo, quando te non mi guardavi. Ti cercavo quando non c’eri. Ti ho voluto ma non te l’ho detto.”
Il sorriso si spense nelle nostre bocche. E mi ricordai della mia amica, lasciata sola.
Senza nemmeno guardarti, mi sono allontanata e ti ho detto “è ora di tornare a casa”.
E così come eri apparso, sei svanito nel buio e nelle luci del concerto, nel verde gracchiante dell’erba, nel rumore delle stelle che osservavano la scena e che, sbuffando, scomparvero dal mio sogno.
Quel bacio rimarrà in me, forse non in te. Il sorriso è stato sincero, il mio non replicare altrettanto.
Ma il tempo è stato contrario.
O semplicemente io non ho preso bene i tempi, e mi sono svegliata troppo tardi dal sonno leggero del venerdì sera.
Sarà che forse sei veramente come l'uva per me.
Ma l'uva non mi piace così tanto, in realtà.