7/24/2011

8. Era una notte buia e tempestosa...

Era una notte buia e tempestosa…

E la macchina andava dritta e sicura nella tempesta del nord portando con sé un peso che nemmeno sapeva che potesse esistere.
La bambina con i grandi occhiali neri prese il suo quaderno di cartone e la penna, e decise che avrebbe scritto una lettera. Una lettera in cui avrebbe parlato del peso che affliggeva quella macchina. Una lettera in cui avrebbe fatto luce sui suoi pensieri, prima di quelli degli altri.
La bimba pensava veramente che le cose se dette ad alta voce potessero prendere forma e più volte aveva tentato di farlo, ma invano.

Non aveva abbastanza fiato per urlare al cielo il fuliggine dell’anima;
non aveva allenamento per prendere la rincorsa e tirare dritto per la strada dei suoi pensieri;
non aveva lo slancio da gamba lunga per saltare l’ostacolo della consapevolezza.
Il pubblico suo amico sperava che la bimba dai capelli scuri si muovesse nell’arena della vita e che, finalmente corresse. Lo sparo del via era stato già scoppiato su verso l' alto.

Ma lei era ancora lì.
La sua voce era muta.
Le scarpe nuove e bianche, rotte solo per il suo strano modo di mettere i piedi dondolanti verso l’esterno.
I suoi pensieri erano tutti accumulati sotto quel cespuglio dalla frangia lunga.

La paura di non essere all’altezza la bloccava lì.
L’aria che veniva mossa dagli altri atleti le muoveva di tanto in tanto i capelli, le accarezzava il collo e la pelle delle braccia.
Sentiva la musica delle parole che le riempivano le orecchie.
Sentiva le storie, i cuscinetti delle scarpe altrui, il muoversi, le chiacchiere, i dubbi, le indecisioni degli altri che volavano via dalle lore bocche, e che si andavano a depositare in lei fino alle sue doppie punte.

La ragazzina con i capelli lunghi aveva veramente accumulato troppo. E aveva troppo dentro per poterlo dire, per poterlo scrivere, troppo ancora da immaginare.
Le ammissioni da fare anche a se stessa erano innumerevoli e grevi.

Preferiva che fosse la macchina nera a portare con sé il peso.
Preferì non dire nulla, rimanere ancora lì sulla linea della partenza, senza provocare alcuno spostamento d’aria.

“Che ci pensassero gli altri a muovere l’aria mentre ascoltano la musica! Prima o poi mi muoverò anche io a tempo della mia musica.”
Ma quando non si sa. Quando l’avrebbe sentito dentro, quando le gambe avrebbero avuto la forza di reagire a tutto. Allora lei avrebbe assecondato il movimento, avrebbe mosso l’aria, al tempo delle sue sette notte, per non dare di nuovo la colpa a se stessa di essere stata fuori tempo e di aver chiesto troppo.

E la notte rimase buia e tempestosa, almeno dentro i suoi occhi verdi.

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