Faccio finta di dormire. Chiudo gli occhi, sperando di fare un bel sogno. Uno di quelli che ti fanno svegliare con un bel sorriso sulle labbra. È per questo che non si deve andare a dormire subito dopo mangiato, altrimenti ti svegli non con il sorriso ma con una sensazione di umido sulla bocca.
Che tanto sensazione non è.
Quando ero piccola, c’è stato un periodo in cui non riuscivo più a dormire.
Mia madre mi metteva a letto alle 9e30 e io restavo vigile fino alle 7, quando veniva a chiamarmi per andare a scuola.
Le prime due notti, ricordo, che non mi lamentai, ritenevo che fosse solo una mia suggestione. Poi mi accorsi che non era così. Non dormivo proprio. Non riuscivo. Chiesi a mia madre cosa fare e lei mi rispose che per potermi addormentare avrei dovuto pensare a qualcosa di bello.
Da poche settimane era morta mia nonna, la nonna dai capelli neri neri che non mi avevano fatto più vedere, perché stava male. La nonna che aveva sempre gli occhi chiusi nelle foto ma le labbra spalancate in un sorriso sereno e tranquillo. La nonna che abitava su quella salita ripida di Chieti, dove puntualmente si incontrava il filobus, come la chiamava lei, e dove mio padre doveva tenere la mano pronta sul freno a mano, mentre mia madre osservava dal finestrino il panorama abruzzese e ricordava di quella volta che…
La nonna che mi pettinava i capelli, che mi lavava da cima a fondo, la nonna con la casa a piano terra e il giardino fuori in cui giocare, la nonna sempre piena di nipoti che facevano a gara per stare in braccio a lei, per farsi fare le coccole, e per stare vicino a lei quando si mangiava- inutile dire che io a quelle gare non partecipavo mai, il mio senso di competizione non si è mai presentato, nemmeno da bimba-.
Morì il giorno della vigilia di Natale. Mentre tutti i bambini aspettavano l’arrivo di Babbo Natale, io ero in cucina, con l’altra nonna, a colorare farfalle e fiori, quando squillò il telefono verde e mia nonna venne a dirmi che l’altra nonna se ne era andata. Mi ricordo che non piansi. Non pianse nessuno davanti a me. Nemmeno mio padre. Non pianse nessuno, e furono così bravi che io riuscii a capire cosa era realmente accaduto solo quando tornai nel mio paesino marchigiano.
E da lì in poi non riuscii più a dormire.
Fino a quando non mi fu svelato il segreto.
“pensare a qualcosa di bello”
E da lì iniziarono i miei fantastici viaggi. All’inizio si trattava di riavere indietro la nonna, o di volare su un minipony rosa e azzurro, di essere un power ranger, di vivere per sempre con mamma e papà, di non dover veder partire mio fratello per l’università, di farmi la mia prima tinta color arancione, di baciare il rappresentate d’istituto, di diventare poliglotta, di avere una storia con il cantante del momento.
Successe la stessa cosa anche quando diventai più grande.
Quando a lasciarmi fu la nonna dai capelli lunghi e grigi e dai piccoli occhi marroni sempre sorridenti. La nonna che mi dava i panini con la mortadella di nascosto da mamma, la nonna che faceva la patate piene di olio, che piangeva quando arrivavo e quando andavo via, che mi passava i soldi di mano in mano dicendo di non dire niente a mamma. La nonna che mi teneva ore al telefono e che se ne voleva andare via per non stare più male. Successe tutto nello stesso identico modo. Solo che quando lo seppi, non ero con nessun’altra nonna a colorare farfalle e fiori. E allora piansi così tanto, che le lacrime fecero reazione con le lenti a contatto, e gli occhi mi si schiarirono.
E anche lì per riprendere a dormire, iniziai a “pensare a qualcosa di bello.”
Tutt’ora penso a cose belle prima di addormentarmi. Penso a prima. A quando era tutto più facile e più bello. A cosa avrei potuto fare. Dire. Abbracciare. Stringere più forte a me.
Faccio finta di dormire allora. Abbasso le palpebre con la testa girata di lato sul cuscino. Sprofondo su qualche nuvola nel cielo del mondo, lontana e alta. Dimentico la giornata. Dimentico le persone. Dimentico i ricordi. Dimentico la morsa al cuore al pensiero.
Dimentico tutto.
Non voglio ricordare.
Non si può vivere di ricordi. Non si può sopravvivere.
Sdraiata sul letto rosso o su questo divano bianco, posso far finta di dormire, posso far finta di non essere qui, ma di essere altrove, di perdermi dove il mio sorriso viene ricambiato da quegli occhi chiusi in foto e da quella bocca sempre tesa in un sorriso confortante o da quei piccoli occhi marroni e da quella fossetta sotto il collo.
La paura va via, va fuori da qui. I brutti pensieri non ci sono più. Le paure, le ansie sul domani, i file excel, i ricordi dei dolci e dei panini mega imbottiti non ci sono più. Ma ci siamo solo noi. E allora chiudo gli occhi veramente, respiro l’aria buona dei piani alti e so che per me è fondamentale “pensare a qualcosa di bello”.
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