Ti parlerei del sole che lentamente scende ogni sera davanti la finestra.
T i parlerei di quando la mattina dopo sale su in alto e illumina i vetri della stanza.
Ti parlerei delle grida dei lavoratori del lunedì che ti ricordano dove sei.
Ti parlerei del silenzio inquietante che ti amplifica quando si scende le scale grigie della metro.
Ti parlerei dell’odore che assale le narici da poco sveglie, appena si entra nel ferro sporco e pieno di respiri nervosi.
T i parlerei dell’equilibrio instabile per non sporcarsi le mani, per non cadere, per resistere.
Ti parlerei del vento che ti graffia la gola e la faccia.
Ti parlerei dei passi veloci e ritmati che ti violentano gli occhi, il corpo e l’anima.
Ti parlerei della luce riflessa da quei specchi, lì ad osservarti ogni volta che passi davanti.
Ti parlerei dell’odio irrazionale pedone-macchina, macchina-pedone e dei colori della pubblicità che si godono lo spettacolo mentre osservano incuranti l’asfalto.
Ti parlerei della polvere che ti fa abbassare lo sguardo.
Ti parlerei di quelle facce scure, di quelle casacche sgargianti che ti fanno camminare con passi piccoli e successivi su quel pavimento scivoloso del mattino.
Ti parlerei della musica che si spegne, della mano che cerca, del blu che ti avvolge e della presa di coscienza che ti avvinghia.
Ti parlerei del rumore elettronico, di quello metallico, di quello muto, di accordo e di consenso, che ti squadra impassivo .
Ti parlerei di quell’arancione, di quel rosso e di quel giallo che non ti fa sentire a casa.
Ti parlerei di quelle righe inamidate, di quel bianco innaturale, di quella lucentezza necessaria, di quel fumo grigio che esce dalle narici, di quei gesti nervosi e abitudinari.
Ti parlerei di quei amori che nascono e crescono affianco a te e ti fanno sentire sicura e beata.
Ti parlerei delle parole di routine, di quelle inglesi, di quelle francesi, delle capability, della specializzazione, del cv, delle job experience che ti deturpano l’innocenza.
Ti parlerei delle cadenze e degli accenti con cui quelle parole ti fluttuano attorno.
Ti parlerei della noncuranza altrui.
Ti parlerei degli sguardi che lanciano le ragazze ai ragazzi, del bene che ci si può scambiare dopo qualche giorno di conoscenza, della furtività degli incontri, degli occhi che non si staccano.
Ti parlerei dell’ esperienza e dell’ essere provocanti, dell’ essere timida, impacciata, delle scarpe che calpestano i quadrati, del sorriso che uccide l’altro sorriso, del miao che significa ciao.
Ti parlerei del tempo che non passa senza.
Ti parlerei del tempo che non basta mai.
Ti parlerei delle 18 che non arrivano.
Ti parlerei delle 23 che arrivano sempre troppo presto.
Ti parlerei ancora di quei rumori, di quegli odori, di quei gesti meccanici, di quella routine fatta di piedi e di gambe che si muovono all’unisono e che ti fanno loro.
Ti parlerei degli occhi tristi, degli sguardi assenti, del buio che scorre di fianco a te, delle fermate obbligatorie, dei colori che non si riflettono in viso, ma che rimangono fermi nella loro posizione e non regalano emozioni.
Ti parlerei della faccia impassibile quando gli occhi si muovono da destra a sinistra e quando il dito con aria placida scorre lungo il bordo tagliente di una nuova storia.
Ti parlerei dell’automatismo con cui sali, tocchi, annusi, respiri, assaggi, sfiori, fai tua questa vita, che non sai se vuoi.
Ti parlerei di quella finestra sempre aperta e sempre luminosa, di quella statua di sale che ti è accanto e che lì rimane, nonostante tutto.
Ti parlerei della moquette su cui si striscia obbligatoriamente costringendo il tuo corpo a posizioni innaturali, dolorose, pur di far piacere, pur di far prima.
Ti parlerei del blu che ti lascia per far posto al nero, al grigio, al verde, a seconda delle disponibilità, della volontà, del tempo, di te.
Ti parlerei dello scorrere dell’acqua per pulirti, per riprenderti, per sentirti di nuovo, per scacciare via demoni e dubbi.
Ti parlerei della luce che si spegne, del rosa che riflette sul verde, del caldo delle lenzuola, del poco spazio che lascio, del lato in cui sto, lontano da ogni presenza e da ogni assenza.
Ti parlerei se solo ti conoscessi, se solo sapessi il tuo nome, se sapessi il colore dei tuoi occhi, il riflesso che fa il sole sui tuoi capelli, la lunghezza delle tue unghie, come ridi, se inclini la testa quando sorridi, se prendi il volo quando sogni.
Se solo sapessi chi tu sia, se ci sei da qualche parte, se solo sapessi che ti voglio parlare.
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