Per tanto ho pensato che senza Bologna, io non potessi essere niente. Mi mancava la sua aria quando uscivo dal portone, mi mancavano i suoi portici che ti coprono dalla pioggia ma anche dal sole, mi mancavano quegli scorci che riesci a rubare mentre un portone si chiude, facendo brillare negli occhi il giardino nel cortile del palazzo dai toni caldi, mi mancavano le strisce pedonali da attraversare puntualmente all'uscita della stazione prima di andare a imbattersi nel casino di via Indipendenza, mi mancavano quegli alberi verdi sui viali, mi mancava la vista delle torri e quel sentirmi piccola quando arrivavo sotto di loro, mi mancava la sensazione di grazia e di apertura che raggiungevo ogni volta che arrivavo in una sua magnifica piazza, mi mancava il gelato alla banana ricoperto di cioccolato, mi mancava l'aria che ti passa dentro e che ti scompiglia i capelli al centro di piazza Maggiore, mi mancavano le strade sporche di via Zamboni, i suoi gradini e i suoi pr con i loro immancabili 2x1, mi mancava camminare da sola, con la musica nelle orecchie e gli occhi all'insù per vedere le case con le tende rosse sporche, mi mancava la spritz di Maurizio, mi mancava l'Ichnusa, la Bud, l'Heineken del pakistano, mi mancava la birra artigianale di quel posto in via Mascarella con quei vasetti con i fiori secchi, mi mancava la mia voglia di cambiare, mi mancava il mio nascondermi quando incontravo qualcuno che non volevo vedere, mi mancavano i sassolini di via del Pratello, mi mancava passare davanti un cinema e fermarmi a vedere le locandine dei film, mi mancava il Lumiere e il mio sentirmi umanista ogni volta che entravo, mi mancavano le colazioni nel mio bar preferito, mi mancava perfino il nero che ti chiede lo spiccio e il 35 perennemente in ritardo.
Ho pianto
in treno, davanti ad uno sconosciuto, che non sapeva cosa fare e a cui ho finito i fazzoletti.
Avevo in mente di scrivere lettere e ringraziamenti, ma sono rimaste solo bozze sul mio Orson.
“Forse non si può capire se un quadro ci piace o no, a meno che, come nel mio caso, non capiti di non vederlo per molto tempo.”
Sono scesa tante volte a Bologna.
Il sorriso si spalancava appena vedevo SanLuca e rimaneva anche quando alzavo gli occhi per vedere la galleria della stazione di Milano. Rimanevo beata fino al mattino dopo.
Poi ho capito che per stare meglio, forse, dovevo iniziare a vivere Milano, e per farlo, dovevo rimpicciolire lo spazio nel mio cuore dedicato a Bologna.
E ho osato pensare di non scendere più, per motivazioni che ritenevo melodrammatiche ma reali.
Non potevo continuare a fare confronti, non potevo continuare a osservare le pareti verdi della stanza e a ricordarmi tutte le scritte fatte in bagno nei momenti più impensati, tutti gli sguardi dati al giardino, tutte le risate fatte in compagnia.
Perché al di là della città e delle sensazioni, mi mancavano le persone.
Mi mancava terribilmente la ragazza che "ma tu ti tingi? ma dove?", mi mancavano le birre prese con lei e le chiacchierate sul tutto e sul niente, mi mancava il suo essere in ritardo perché si doveva lavare i denti e la sua coperta zebrata; mi mancava quell'altra disordinata a livelli indecenti, il suo tabacco in giro, il suo addormentarsi senza raccontarmi una storia e i suoi caffè la mattina a letto; mi mancavano i rimproveri dell'altra perché non mi facevo mai sentire e poi quando la chiamavo mi rispondeva sorpresa "oh", il suo frisbee e i suoi orari opposti dal mio; mi mancava il mio amico che usciva per primo dall'università, che anche se si lavorava in gruppo, lui andava avanti da solo, mi mancavano le sue e-mail con i dubbi esistenziali, e i suoi racconti spirituali; mi mancava la bionda perennemente in ritardo, perennemente con i tacchi, e perennemente con un'idea che aveva pensato e che mi incuteva terrore appena esclamava il mio nome per intero; mi mancava il ragazzo che con me sparava sulla croce rossa e mi faceva ridere ogni minuto; mi mancava quel ragazzo standard, che tanto standard non era, che si impegnava in tutto ciò che faceva e con cui mi piaceva tanto parlare, perché mi faceva stare bene, e il suo esserci, sempre, anche dopo un soprannome; mi mancavano i rimproveri della bolognese per il mio starmi sempre zitta e per i suoi consigli sulla vita; mi mancava la pacatezza, l’eleganza, l’ essere sempre in macchina, l’ arrivo in convitto prima delle ripetizioni del gigante; mi mancava il mio sentirmi chiamare Gaga in continuazione, il biliardino e chi battevo al biliardino, mi mancavano le lamentele di quella ragazza che mi dava sempre della pessima perché dimenticavo di fare ciò che avevo promesso; mi mancava la riccia che voleva sempre darmi baci e abbracciarmi, che mi diceva ti voglio bene e indietro riceveva solo un sorriso e si arrabbiava; mi mancava la bionda ormai lontana e la mora distante; mi mancava perfino la barista dell'università e il sapere che mai più l'avrei rivista.
E dire che, in genere, io non sono una persona romantica.
Ma per non ricredermi, ho pensato che sarebbe stato necessario accantonare, non reggere i miei pensieri pesanti, spostarli un po’ più in là, come ho sempre fatto. Ho pensato che, dire che per me era indifferente avrebbe risolto tutto, avrei fatto come l’ultima volta, avrei dato la colpa ad altro senza prendere la responsabilità della decisione.
Senza lottare, senza dire la mia, avrei fatto il mio solito gioco, perdendo di nuovo una possibilità di essere felice e di stare bene, e di stare vicino a chi voglio.
In realtà tutto quello che ho fatto, l’ho fatto senza pensare, è stato naturale comportarmi così. O almeno credo.
Fatto sta che stamane c’ho pensato. L’ho pensato mentre guardavo il muro arancione di un ufficio non mio.
Ho pensato che io ci voglio tornare giù.
Ho pensato che per me non è indifferente.
Ho pensato che la motivazione non è quella che ritenevo.
Io voglio tornare per tutti, per l’aria, per l’equilibrio, per lo spritz, per te, per me.
Starò qui fino a quando devo, prenderò tutto quello che posso prendere, farò mio tutto quello che posso, mi divertirò, non farò la musona troppo a lungo, o l’acida come mio solito -ahahah non è vero, lo farò, perché lo sono-. Non dormirò su altre coperte zebrate, non darò soprannomi, non mi lamenterò, non darò nomi alle cose, sorriderò sempre, giocherò comunque a biliardino, troverò persone con i miei stessi gusti, mi innamorerò comunque in continuazione, penserò a tutti, manderò messaggi fino a quando avrò credito, mi spaccherò la spalla con il dell, lavorerò, perché lo voglio, terrò i tuoi occhi nella tasca interna del giubbotto.
Poi appena posso tornerò, tornerò da me.
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